Tra li molti illustri detti et esempli, che per gli huomini virtuosi, o ad altro ragionevoli, o per caso accaduti, si possono ragionare, credo che quelli siano i più degni d’esser perpetuati, che dimostrino varii effetti esserati, e soverchiamente diversi dalla cagione prima: de’ quali uno è la novella che qui cominciamo, e racconta come un d’uomini di poca scrittura, e di pessimo viver fosse da tutti tenuto per santo, perciò che, quando gli fu tempo di confessare il peccato, sapeva tanto godere la religione, che, sapendo fingere, e far pietà, più con le sue bugie che con verità si guadagnò il nome di santo.
A Firenze, ai tempi che la nostra novella comincia, quando la peste ridusse la città a poca gente, e i cittadini avendo pigliato consiglio di fuggire insieme, molti, partiti e ritornati, tornarono difformemente ammalati, et alcuni morti, altri presi egualmente da quella febbre. In quel tempo viveva in Firenze un mercatante chiamato Ser Ciappelletto, uomo di gran pelo, e di pessime costumanze; il quale, avendo fatto gran traffico, e guadagnato buon sufficiente, avendo speso più di quel che dovea, e condotti molti brigli e famiglie a vicenda, si trovò, come suole succedere a' tali, con molte macchie, e senza buona reputazione.
Ser Ciappelletto era portatore di gran villanie, e faceva professione d’ogni vizio; nondimeno era uomo di gran astuzia, e conoscendo ben l’arte di dire e tacere, sapeva cavar dal suo parlare qualche commodità. Un suo amico, giudicato valente mercatante, e di buona vita, chiamato Messer Niccolò di Tommaso, lo tenne per convitato e con lui andò a fare traffico in Borgogna. Intanto, pigliogli la febbre della peste, e per la sua vita dissoluta fu tenuto che non potesse avere misericordia se non per miracolo.
Quando venne il gran pericolo, Messer Niccolò, uomo di grande cortesia, e molto dabbene, per avere rispetto all’amicizia, e per non lasciar il compagno in abbandono, si mise a curarlo, e tenerlo nella sua casa, dove per lo malanno di Ser Ciappelletto ancora si scoprì la sua vita dolente e piena d’iniquità. Ser Ciappelletto, vedendo essere alla morte, e temendo non debbe morendo rivelare le sue malefatte, pregò Messer Niccolò che gli mandasse un buon frate, perché gli dovette confessione; e Messer Niccolò, volendo fargli piacere, chiamò un frate della sua conoscenza, per essere uomo cospicuo e savio, sperando che il frate, sentendo la confessione, lo avrebbe consigliato e confortato.
Venne il frate, e gli fu detto che il moribondo richiedeva di confessarsi, e che bisognava far presto. Il religioso, giunto al letto di Ser Ciappelletto, per non fare più lunga la storia, udì ciò ch’egli gli disse come sua confessione; ma il dir le sue parole fu cagione che il frate credesse ch’egli fosse santo, e che quelle cose erano del tutto contrarie alla verità. Ser Ciappelletto, con gran arte e con parole così fingenti, raccontò fatti di somma pietà, e di gravità, che il frate, ascoltandolo, si commosse e pensando quelle confessioni veniali e grandi, lo assolse colle più larghe parole e con animo pieno di consolazione.
Morto Ser Ciappelletto e dato sepolcro cristiano, la fama delle sue buone confessioni si sparse per la contrada, e tutti, essendo ignari della verità, tennero lui per santo; e siccome spesso accade, cominciarono a portare al suo sepolcro fiori, anelli, e altre reliquie; e alcuni affermarono che in diversi miracoli si aveva manifestata la sua santità. Messer Niccolò, tornando in patria, narrò a Firenze quelle cose con tanto fervore, che chi più chi meno quanti lo udì, credettero esser vero il nome di santità attribuito a Ser Ciappelletto.
E così, per la falsità di un solo, e per la leggerezza e facilità d’altri, nacque una devozione inanzi tutta ingiustificata; e chi per interesse, e chi per semplicità, cominciarono a venerarlo; e la novella ci serve di monito come per astuzia e bugia si possa ottenere fama di virtù, e come le apparenze spesso vincano la verità.