Nella città di Firenze, ai tempi in cui regnava la peste, avvenne che due mercatanti, parenti e amici, ritornassero insieme da Avignone. Essi, dopo molto aver peregrinato per vari luoghi e aver avuto guadagni e perdite, giunsero a Firenze; e, componendo gli affari reciprochi, uno di essi rimase di più e l’altro partì per luoghi dove avea bisogno di presenziare. Quell’altro, chiamato ser Ciappelletto, uomo di mala condotta e di moltissimo inganno, benché fosse di nobili natali non era punto di buona vita, ma anzi del tutto contrario; era avaro, bestemmiatore, ladro e guercio, e di tutte le altre malvagie qualità era pieno.
Ser Ciappelletto, amico stretto dell’altro mercatante, avea per patrono un certo ricco cittadino di nome Messer Nofri, il quale, conoscendone la industria e la poca coscienza, lo prendeva sempre seco nelle sue mercanzie per mercanteggiare e per recar danno a terzi con sottili inganni. Però, passato di tempo, ser Ciappelletto, ammalatosi mortalmente, sentendo avvicinarsi la morte, chiamò il suo compagno e gli raccomandò l’amicizia di Messer Nofri, pregandolo che facesse tutto il possibile perché quando lui fosse morto fosse dato buon sepolcro e che per onore suo si recitassero messe e si pregasse per l’anima sua.
Il compagno, avendo gran compassione e temendo le parole del moribondo, andò a Messer Nofri e gli raccontò la cosa; il quale, sollecitato dal patto d’amicizia e per la volontà del moribondo, si prese cura di tutto, promettendo di far celebrare messa e di procurare buon sepolcro. Messer Nofri però, conoscendo la condotta di ser Ciappelletto, ripugnava all’idea che si potesse fare grande pompa per un uomo da lui reputato indegno; ma la paura di dispiacere al moribondo e il desiderio di tenere fede al giuramento lo mossero ad adempiere.
Poi, quando ser Ciappelletto fu quasi alle ultime vie, chiamò con sé un frate, confessore di buona fama e considerato santo, perché lo confessasse e lo assolvesse. Ma il frate, uomo savio e pieno di scrupoli, sapendo la fama del moribondo, rifiutò di avvicinarsi. Alla fine fu trovato un frate minore, chiamato Frate Michele, di vita assai retta quanto a osservanza esteriore, il quale, accortosi del desiderio di ser Ciappelletto e della gran importanza che Messer Nofri dava a quella confessione, acconsentì a venire.
Ser Ciappelletto, quando fu posto a segno di confessarsi, pensando alla sua astuzia, cominciò a recitare una finta vita di santità: confessò non solamente peccati veniali ma congiure e sacrilegi mai commessi, e fece la più compiuta menzogna che mai si potesse udire. Raccontò di continui digiuni, di frequenti preghiere, di opere di carità immense e di molti miracoli compiuti. Il frate, meravigliato e commosso, credette a quelle parole e, toltolo in parte di pena, gli diede piena assoluzione e gli amministrò l'estrema unzione.
Dopo la morte, Messer Nofri e quelli che amavano ser Ciappelletto — per rispetto alla memoria e per la grandissima fama della sua falsa vita — discesero a fargli pompa e gli fecero un sepolcro onorato nella chiesa. La gente, udendo come era stato confessato e quali miracoli si dicevano che avea fatto in punto della morte, cominciò a venerarlo come sant'uomo. Tutti affluivano al suo sepolcro per domandare grazie e guarigioni, e molti miracoli si narrarono esser avvenuti per sua intercessione.
Così Ser Ciappelletto, con una menzogna e con la sua astuzia, superò la sua vita di malvagità e si pose tra i santi agli occhi del popolo. Questa novella, che mostra quanto l'apparenza e l'eloquenza possano sovente vincere la verità, fu raccontata dal Boccaccio come esempio della fragilità umana e della facilità con cui si può ingannare la credulità dei semplici.