Uno, nessuno e centomila

Luigi Pirandello

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Finché sei d'accidenti, e dialoghi se vuoi con te stesso a voce alta, non ti accorgi di che cosa veramente dici. Ma se per caso ti trovi nella necessità di dover parlare di te con altri, e vuoi parlare seriamente, allora ti accorgi che vien fuori un'altra voce, la quale ha un tono, un modo, un accento, una forma, che non sono i tuoi: e così, rimettendo gli elementi in un certo ordine, tu ti guardi da fuori, come se fossi un oggetto che si venga a vedere, e ti scopri con una fisionomia tua diversa da quella cui tu credesti sempre di corrispondere.

Questa scoperta a me successe per una piccola cosa — per una piccineria che non so se ridere o piangere di averne riso; e minacciò in me, come conseguenza, effetti terribili, sebbene non avessero ancora altro che cominciato.

La piccineria è questa. Mia moglie mi si mostrò un mattino col capo storto, e con una fisionomia indifferente e quasi sgomenta. Le dissi ridendo: "Che hai?" ella fe' per rispondere con un movimento della bocca, e non uscì parola. Allora soggiunsi: "Sei male?" Mi guardò come chi non mi capisce e non sa se rispondere. Io insistetti: "Parla!" E voltandosi verso la finestra: "Oh — disse — quando avrò rotto il collo, farò come quell'uccello lì; ma non mi importa nulla."

E come parlava non era la voce di mia moglie; e quel non mi importa nulla, con quel tono sciolto e sprezzante — come d'una giovane — non era la sua espressione; ed ella stessa, nell'udirmi, parve spaventata di quel che aveva detto, come se fosse un'altra persona. Mi guardò; tentò di ridere; trasalì; e prese a dirsi scusa, a giustificarsi, a spiegare — e che non sapeva quel che diceva. Io la guardai, e vidi che da quel poco che essa aveva detto, e che io avevo udito, si era fatta in me una crepa.

Non ero sicuro che fosse mia moglie che aveva parlato; e come se fossi un estraneo, e come se non fossi io, sentii una voce che mi domandava: "Ma chi è quella che ha parlato?" E non sapevo rispondere.

Ambedue stavamo in una sala. Ella avea la gonna lunga; le mani avean l'abitudine della casa; eppure quella voce — quella parola — non vi si accordava. Ridevo irritato; mi chiamai scemo; ma non potei rimettermi. Una diffidenza s'insinuò in me verso le apparenze. Io volsi gli occhi attorno, come per vedere se tutto quello che mi stava intorno non m'ingannasse; e allora vero che fui preso da un desiderio di ridere e di piangere insieme.

Ripresi a conversare con mia moglie, e più parlavamo più cresceva in me quella ombra di dubbio. E ogni sua frase, com'essa la diceva, mi pareva fuggire via dalle mie mani; come se fosse stata prestata ad un'altra voce. Il caso era di quelli che scuotono la certezza più solida; e io sentii, come se una frattura interna si fosse aperta, e mi mostrasse du' mondi distinti: il mondo che io ero, e il mondo che gli altri credevano io fossi.

Non saprei dire quanto durò quel primo turbamento. È un fatto però che da quel momento non fui più lo stesso. Cominciai a osservare gli altri, a leggere nelle loro facce, a prendere nota delle loro parole; e cercai dapprima di scoprire se gli altri avessero per me la stessa voce che io, innanzi, avevo udita per essi. Ma più mi affaticavo a rintracciare la mia figura nella loro considerazione, più mi sfuggiva; e quella sensazione di vuoto mi perseguitò come una febbre.

Capì allora che ognuno di noi porta con sé, come una maschera, un'immagine che gli altri hanno di lui; e che quella immagine è mille volti: e che non v'è nulla di più strano e di più pauroso che, improvvisamente, per una piccola cosa, venirne a conoscenza.

Da quel giorno cominciai a vivere con uno specchio invisibile, che mi rimandava a ogni istante una figura diversa. E se mi fosse chiesto che cosa avessi perduto, non saprei rispondere; ma so che mi sentivo perduto.