I limoni

Eugenio Montale

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Non chiederci la parola che squadri da ogni lato l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco l’individui. Sappiamo di nuvole e di cose a cui non si dà nome, e in cui però ci rifugiamo. Voglio parlare solo dei limoni della casa dei nonni, sempre in un vaso di terracotta, dove le foglie, di un verde scuro, si muovevano al lento respiro della stampella. Là, alla porta, le mattine di pioggia parevano più rade. Qualche volta la luce entrava a piccole lame e rimbalzava nelle guance dei frutti, e il loro odore si mesceva col pane e col caffè. Erano a un tempo piccoli soli domestici, e insieme casi dell’anima. Quando venne la guerra, si tolse loro acqua e qualcuno disse che ciò non aveva importanza. Io li guardai e pensai: resteranno, forse, più intatti di noi, e la loro scorza manterrà il segreto d’una stagione. Ora che torno a cercare quel tepore in altri vasi, mi accorgo che non è la memoria a difenderli, ma un gesto antico, un ripetuto adagio che non sa quanto dura e per chi. I limoni sanno riparlarci di casa senza parole.