Quando mio figlio Biagio mi portò a casa l'editore malato, e mi disse che io dovevo fare il preface, io, che non ho mai saputo né voluto fare parola a proposito dei miei libri, mi venni in mente con tanta chiarezza che bisognava assolutamente che fossi io a scrivere la prefazione, per non lasciar la difesa e la spiegazione di questo libro a persone che non l'avevano capito e che, forse, avrebbero detto delle cose pericolose e ingiuste circa il mio carattere e la mia onestà di pensiero.
Allora cominciai a pensare a come potevo spiegare l'opera che presentavo agli italiani; e la prima difficoltà che mi venne fu che questo libro è un romanzo che non vuole essere un romanzo, ma una specie di confessione, e perciò esigeva un tono che io non potevo dargli, perché a me pareva sempre che quel tono fosse falso e teatrale.
Rimuginando sopra questo problema, sentii avvicinarsi a me, come un rumore di fondo, la voce del mio amico psichiatra, il dottor S., il quale un giorno mi disse: «Non occorre scrivere nulla: il romanzo si autoritratta.» Io ammirai molto quell'osservazione e, senza darmi pensiero di verificarla, la presi come verità; sicché mi convenne dire a Biagio che non avrei scritto una prefazione, ma che l'avrei lasciato parlare il mio romanzo da sé.
Tuttavia qualche parola di cautela e di avvertenza mi parve necessaria, poiché la gente non è sempre preparata a ricevere un libro che si offre come una serie di confessioni intime. Bisognava quindi prevenire i giudizi facili; e io decisi di avvertire il lettore che il narratore non è l'autore, e che il libro non deve essere preso come una cronaca esatta della mia vita, ma come un esperimento letterario fondato sulla psicologia della memoria.
Ricorderà il lettore che la nostra società moderna ha un interesse particolare per le analisi interiori, e che la psicoanalisi ha messo in luce fatti che prima erano considerati solo come aneddoti. Questo libro vuole appunto mostrare come un uomo, interrogandosi su se stesso, scopra cose che lo sorprendono e lo smentiscono continuamente; e che la coscienza non è una lampada che illumina, ma uno specchio mosso da mille vibrazioni interne.
Non pretendo dunque di dar qui una spiegazione tecnica; lascio ai medici e ai filosofi il compito di giudicare il valore scientifico delle osservazioni raccolte nel manoscritto. Io chiedo soltanto al lettore la cortesia di seguire con pazienza il procedere della coscienza di Zeno, che passa dal ricordo al rimpianto, dalla giustificazione all'ironia, e che spesso si contraddice per amor di onestà.
Per parte mia, dichiaro che ho trascritto fedelmente ciò che il manoscritto conteneva; ho eseguito soltanto qualche piccola omissione là dove il racconto si perdeva in dettagli inutili, e qualche correzione grammaticale per rendere il testo più leggibile. Ma non ho alterato lo spirito del libro, e mi assumo la responsabilità di quanto vi si trova scritto.
Il lettore troverà dunque un libro singolare, che non si allinea né ai romanzi psicologici del secolo scorso, né alle nuove opere che vogliono spiegare la vita con schemi troppo rigidi. Egli troverà invece una voce che cerca, si contraddice, sorride di se stessa e, a tratti, tocca una verità che non è mai del tutto consolante.
Se il mio manoscritto può servire almeno a far comprendere che l'uomo non è un automa né un eroe, ma un aggregato di abitudini e di scuse, io sarò soddisfatto. E se poi qualcuno vi riconoscerà delle parti di me, non me ne dispiacerò; ma rammento ancora che il romanzo, per quanto confidenziale, è sempre un'arte dove la finzione collabora con la realtà.
Con questa premessa, consegno al pubblico le memorie di Zeno Cosini, senza altra difesa che la speranza che esse possano contribuire a rendere più severa e più umana la comprensione delle anime.