Da qualche tempo la villa era rimasta sempre chiusa. Attraverso le persiane sprangate entrava nelle stanze a sprazzi la luce della mattina, qualche volta penetrava un raggio più deciso che si posava sui mobili polverosi o sulle tende immobili e faceva balenare, come una impalpabile vita, gli oggetti che tacevano. Ma alla maggior parte delle finestre era passato l'angolo della persiana, e la polvere dell'aria che entrava, lenta, pareva tener fermo tutto, come se avesse deciso di sorvegliare l'abbandono. Anche i pochi quadri appesi alle pareti, un tempo vigorosamente coloriti, ora si erano smorzati; le durezze dei ritratti si erano attenuate; i colori, impalliditi, facevano pensare a uomini e donne che lentamente avessero perduto la voce.
Il giardino susseguente, chiuso tra i muri antichi e la cancellata di ferro, non appariva meno trascurato. Le rose, a zig zag, crescevano disordinate; alcune siepi, non potate, lasciavano correre rampicanti che si intrufolavano nelle crepe del muro; l'erba, alta, si piegava sotto le piccole piogge e restava come annientata. D'inverno, quando soffia un vento asciutto, le foglie secche si accumulano nelle fossette e nessuno viene a raccoglierle. Qualche passante, in certe giornate, si volge a guardare la villa: la facciata, ancora decorosa, conserva un'aria fiacca, come se fosse stata abbandonata da se stessa.
Era da tanto che nessuno vi entrava e usciva con la solita ripetizione di piccoli gesti quotidiani. In casa si avvertiva l'odore fermo dell'immobile: un odore di stoffe, di legni chiusi, di libri non sfogliati. A volte, nelle ore in cui la luce si fa più livida, si sentono i passi di qualcuno che sale la scala con un passo esitante; ma nessuno appare. Il tempo, in quella casa, sembra rallentato, come se una pazienza senza scopo si fosse impadronita del suo ritmo.
La famiglia che vi abitava, negli anni anteriori, era stata oggetto di molte voci nella strada. Si diceva che fossero persone di riguardo, che appartenessero a una certa posizione sociale; qualche conoscente li ricordava per le feste, per i ricevimenti dal tono composto. Poi le visite si fecero più rade, e i parenti si incontravano più per obbligo che per affetto. Le relazioni esterne, come tende sottili, si consumarono a poco a poco; restò un nucleo chiuso, che non aveva più cura di mostrarsi.
Mariagrazia e Leo, che formavano il centro di quell'isolamento, vivevano separati nelle abitudini e uniti solo dalla comune inerzia. Lei, alta, pallida, con una certa nobiltà nello sguardo che appena appariva quando sorrideva, trascorreva le mattine a ricamare o a leggere pagine in cui non si interessava fino in fondo. Lui, un uomo di salute mediocre, con un volto che aveva perduto la giovinezza senza arrendersi alla vecchiaia, passava le ore a scrivere lettere che non inviava o a sfogliare riviste che non leggeva. Entrambi avevano acquisito una maniera di vivere che evitava ogni tumulto: la loro felicità si era ridotta a non desiderare più nulla che richiedesse uno sforzo.
La figlia, una creatura fragile e un po' viziata, si chiamava Carla. Era bella nel senso tenue delle cose ben curate: capelli scuri, occhi grandi, una bocca che, quando sorrideva, pareva dargli un'aria incerta tra il piacere e la voluttà. Carla aveva vent'anni e conosceva il mondo con la superficialità dei giochi ben fatti; non aveva bisogno di lavorare, non possedeva una volontà propria, e la sua indifferenza era un dono che derivava dalla sicurezza dell'ozio. Indossava abiti eleganti, usciva poco, e quando incontrava amiche parlava di piccole vanità che la rendevano contenta senza turbarla.
Un giovane, però, fece irruzione nella loro vita con quella forza che ha chi non ha nulla da perdere. Il suo nome era Michele, figlio di una famiglia modesta, dimostrava un'aria sveglia e insieme inquieta; portava con sé l'odore della strada, dei lavori fatti, e questo contrasto con la casa lo rendeva per loro affascinante. Michele, rispetto ai tre, era l'unico che ancora possedeva illusioni: non illusioni mere di vanità, ma qualche idea che gli faceva muovere il cuore. Era venuto in quella villa spinto da un desiderio di migliorarsi e di avere una posizione che gli permettesse di vivere senza compromessi.
Tra i quattro si stabilì un gioco sottile di sguardi e parole. Leo osservava Michele con disprezzo e insieme con una specie di invidia: vedeva in lui la possibilità di un'azione che non aveva più la forza di compiere. Mariagrazia rimaneva fredda, come se ogni emozione le fosse divenuta estranea; la sua presenza stessa pesava come un giudizio. Carla, invece, si lasciava attrarre: era un'avventura per lei, una novità che dava sapore alla giornata. Michele, ben presto, capì che la sua posizione era precaria: poteva essere accolto o rifiutato, amato o umiliato, a seconda di come i rapporti di potere si sarebbero stabiliti.
La prima conversazione importante fra Michele e Leo avvenne nel salotto, sotto l'occhio attento di Mariagrazia. Si parlarono di lavoro, di condizioni economiche, di possibilità pratiche: era come misurare una distanza che non poteva essere colmata. Leo, con parole gentili, offrì un aiuto che non aveva intenzione di mantenere nel cuore; Michele percepì la freddezza di quell'offerta e la interpretò come una prova. Mariagrazia ascoltava senza muovere le labbra, e il silenzio stesso pareva un consiglio: non fidarti troppo delle parole altrui.
Così si prepararono i primi passi di una lotta morale e pratica. Michele sognava di ottenere dai suoi rapporti una posizione che gli permettesse di non dipendere più dalla strada; Leo voleva tenerlo vicino per avere il conforto di vedere attorno a sé una giovinezza che gli ricordasse la propria; Mariagrazia temeva più che altro lo sconvolgimento dell'ordine comodo; Carla sognava semplicemente l'amore come una sorpresa che la facesse sorridere. Ma l'amore, in quella casa, non è mai puro: si mescola con la vanità, con la convenienza, con l'abitudine. E le cose, sotto quella luce, prendono forme che non consentono facili decisioni.