Quasimodo: "Ed è subito sera" e altri testi scelti

Salvatore Quasimodo

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Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera.

Vagna la piazza. Cioè. D'inverno il sale sulla lingua. La gente si comprende male. Si intuisce un nome, lo si tende con cura per sentire. Si parla di cose lontane.

Tu non hai mutato colori, né suoni; sei la stessa. Eppure il tempo ti sfiora in punta di lama, m'attacca alle parole un sapore amaro.

Un'ombra sulle case. Gli alberi ascoltano il vento che porta un odore di pane e una voce confusa che recita il numero degli anni.

La madre chiama i figli col nome corto. Le case hanno la voce bassa, come se parlassero sottovoce per non svegliare la notte.

Vecchia strada: passi di chi ritorna. La stanza è vuota, il tavolo ha un segno di piatto ancora caldo. Fuori lampeggia un lume lontano.

La luce entra dalla finestra e disegna sul pavimento le strisce bianche. Qualcuno sospira nel sonno. L'orologio segna il tempo senza cuore, e tutto avviene come prima, ma non è più lo stesso.

Siedi, amica, non parlare. Ascolta il rumore delle stoviglie nel cortile: è il mestiere del mondo. Ogni rumore ha un suo destino, e tu lo porti con te.

E quando la sera scende rapida, come un colpo di mano, restiamo soli con il nostro respiro, come due animali che ricercano un luogo dove riposare.

La parola si rompe sull'orlo della bocca; il silenzio è una stanza dove ogni cosa ritorna a misurare la sua distanza.

C'è un piccolo vetro che riflette la luce: dentro c'è la nostra giovane faccia come un ricordo che non vuole morire; ci guardiamo e sorridiamo appena.

Le mani di chi lavora sono segnate, eppure cercano il gesto gentile. La pietra ascolta il colpo, la voce del lavoro non teme la sera.

Un bambino corre per la strada con il pallone colpito male; ride senza ragione, e il suo riso sembra dare senso alle cose intorno.

La città ha chiuso le finestre; solo un lume resta acceso lontano, una finestra aperta sulla notte, dove qualcuno legge in silenzio.