Il Gattopardo

Giuseppe Tomasi di Lampedusa

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— Se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi. Il principe, che non era più giovane, sedeva in poltrona presso la finestra aperta sul giardino; fumava con lentezza, guardava ora per ora il viale, e pareva che la sua mente non seguisse il corso ordinario dei pensieri. Avrebbe potuto ricordare antiche corti, lunghi ricevimenti, danze, il suo passato di signore incontrastato; eppure c'era in lui qualcosa di più che memoria: una disposizione morale posta al di sopra delle vicende personali, un sentimento del tempo come di una cosa che trasforma e livella, rendendo uguali i momenti e gli uomini.

Quando il giovane Tancredi, suo nipote, venne a parlargli di politica e di congiure, il principe ascoltava senza mostrarsi sorprendente; eppure ogni parola lo colpiva come un'eco soltanto. Tancredi, che amava misurarsi con gli eventi, portava nel paro d'armi la spada del carnefice e dell'opportunista. «Bisogna che la gioventù si adatti», gli diceva, «e noi la governeremo. Ci faranno a pezzi, se ci opposiamo; dobbiamo invece entrare nei loro giochi, fargli vedere che non siamo morti».

Il palazzo respirava dei fasti di un mondo che lentamente svaniva. Servitori in livrea si muovevano con quella compostezza di chi appartiene a un ordine che non ha fretta; cantine piene di vini antichi raccontavano di pranzi e banchetti ormai rari. Il principe pensava alle sue tenute, ai contadini che cominciavano a parlare di libertà, e sentiva sotto la sua dignità l'irruzione di una storia nuova, che non avrebbe potuto dominare come il passato.

La figlia del principe non aveva la sua fermezza: era più dolce, più incline alle passioni private. Camminava per i saloni come in un giardino interno, parlando poco, ascoltando di più. Il principe, vedendola, spesso la guardava con una pietà che aveva in sé l'amarezza degli anni: credeva che per lei la vita avrebbe dovuto offrir altro che i vezzi di corte e i ritratti di famiglia.

Intorno a quei giorni, giunse in casa una notizia che parve accelerare il tempo: un ufficiale garibaldino era nelle vicinanze, e la città cominciò a respirare un'aria di eccitazione. La gente nei mercati parlava a voce alta, e nei vicoli si vedevano bandiere fatte in fretta. Il principe ascoltava, non manifestando né spavento né entusiasmo; ma dentro di lui si muoveva la conoscenza che le cose stavano cambiando per sempre.

La sera, il principe uscì in giardino e si sedette su una panchina. La luna gettava un pallore argentato sui cipressi, e il silenzio era interrotto soltanto dal fruscio delle foglie. Pensò al suo lignaggio, ai nomi scolpiti sulle lapidi familiari, e a quel desiderio antico di durare oltre il tempo umano. «Se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi», ripetè fra sé, come se la frase fosse una chiave per aprire la porta del futuro.

Il giorno dopo, le notizie divennero più serie: contingenti di volontari passavano per la città, e i giornali parlavano di battaglie e di alleanze. Tancredi cercò di accogliere il nuovo con la prontezza di un guerriero; eppure il principe, pur volendo mostrarsi prudente, avvertiva che l'antico equilibrio era rotto. Tutto il mondo che gli apparteneva come eredità si mutava in qualcosa d'altro, e la sua mente, pur attenta, non poteva prevedere la forma che avrebbe preso il domani.