Non penso d'essere nato a Trieste. Sono nato in una città immaginaria, che ho chiamata Trieste perché le sue case e le sue vie mi somigliavano; e quando vidi per la prima volta la città vera, riconobbi subito quel volto che avevo sognato. Trieste dunque è per me un mito domestico, un ritratto della famiglia, un paesaggio d'infanzia che ritorna in tutte le stagioni della vita.
La città mi appare sempre come una stanza nelle cui finestre il mare entra e si stende; e il mare a Trieste non è mai lontano, è un compagno che entra nella casa, che ascolta e tace. Ho imparato da giovane a confondere il mare con la nostalgia e la nostalgia con la propria voce; ed è così che i ricordi mi parlano, con la voce di quella città che mi ha cresciuto.
Mio padre è stato per me l'assassino. Non intendo con ciò un delitto di sangue, ma il colpo che spezza la fiducia, la mano che chiude il libro della giovinezza. Fu un assenso freddo, una volontà che non conobbi mai; e quella mancanza di tenerezza mi segnò più di ogni altra umiliazione. Ho meditato a lungo su questa parola — assassino — perché mi pare l'unica che traduca la radicalità del distacco.
Da questa ferita nacque la necessità di cercare una lingua propria. Se la casa paterna era un luogo di proibizioni, il linguaggio divenne un esilio volontario dove poter misurare l'amore senza paura. Scrivere fu l'atto di guardare, e guardare significava non più credere alle apparenze; fu un tentativo di riconquistare il tempo perduto e di ridare nome alle cose.
Trieste mantiene in me questa doppia funzione: è la memoria che tormenta e il paesaggio che consola. Ogni volta che torno per strada, riconosco i colori delle porte, il ritmo dei passi, i volti che si voltano come vecchie pagine sfogliate; eppure tutto è cambiato e tuttavia tutto rimane uguale, come in un sogno che si ripete con leggere variazioni.
Nel parlare della mia città non posso separare il personale dal collettivo. Trieste ha ascoltato le mie confessioni, ha accolto i miei fallimenti e ha segnato le mie piccole vittorie. È una città che impone silenzio e insieme pretende parola; e in questo contraddittorio si è formata la mia educazione sentimentale.
Alla fine, riconosco che il ruolo del padre, con la sua durezza, mi ha obbligato a diventare poeta. Senza quel contrasto non avrei forse cercato la voce che ora conosco; e la poesia è stata la forma di resistenza più dolce contro ogni violenza subita. Perciò, pur chiamandolo assassino, gli devo anche la ragione di molte mie verità intime.