Divina Commedia: Inferno, Canto XXVI

Dante Alighieri

Original language · as published

Per me si va ne la città dolente; per me si va ne l'etterno dolore; per me si va tra la perduta gente. Giustizia mosse il mio alto fattore: fecemi la divina podestate, la somma sapienza e 'l primo amore. Dinanzi a me non fuor cose create se non etterne, e io etterno duro. Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate.

Queste parole di colore oscuro vid'io scritte al sommo d'una porta; per ch'io: «Maestro, il senso lor m'è duro». Ed elli a me, come persona accorta: «Qui si convien lasciare ogne sospetto; ogne scienza quïesta convien che sia queta».

Noi entrammo allora in quel fosco loco, e i nostri passi fermò una schiera di dannati che gridava: «Ora la zuffa! ora l'ira!»; e tutte le braccia avean le man chiuse in pugno. Tra lor apparve un vecchio con barba bianca, che piangea dolcemente e chiamava: «O frati, o frati! perchè ci chiamate?», e sì gridava che pareva l'aere si lacerasse.

Ma poco dopo, tra quelle ombre, apparve alcun che parlò con voce umana: «Or chi siete voi che giungeste a questa ripa?». E l'altro rispose: «Noi siam di Toscana; abbiamo veduto il segno del vostro patire e siam venuti a mostrarvi pietà e a domandare la storia vostra».

Allora quel che avea la barba disse: «Se voi volete ascoltar lo mio parlare, udite come noi fummo sviati dalla nostra voglia; udirete di Ulisse e del suo inganno. Non fu mai lingua che tanto sapesse orare e menare gli animi a seguirlo come la sua».

E cominciò a narrare come, riconsciuta la patria, egli mosse un legno, e in compagnia di valorosi compagni traversò il mare al quale 'l segno del cieco nome pose limite: e oltre le Colonne d'Ercole, per audacia, proseguì il corso, cercando nuova ragione e novo sapere; e così, sospinto da ardire, giunse a udir di monti e d'isole mai vedute.

«Noi fummo pochi, ma tutti ardimentosi», dicea, «e Ulisse con parole d'oro e d'ingegno ci scosse il cor, dicendo: 'Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza'. E questi versi gli usciron dal petto come fiamma.»

Poi narrò come, spinti da quelle parole, lasciarono le compagne e i figli, e traversaron mille mar con stenti e dolori, finché una tempesta li scagliò su una terra sconosciuta, dove videro un monte alto e ne saliron la cima con fatica estrema. Lì trovarono un fuoco che bruciava l'anima e la lor vita finì in quell'ardore, e tutti insieme per volontà di Ulisse furon disciolti nel fuoco del loro voler.

Diceva anco che quando giunsero al parlar ultimo, Ulisse persuase i compagni a compiere l'ultimo passo e a morir per la gloria d'aver cercato e saputo; così tutti, con un voto, perirono insieme, e la nave stessa cadde spezzata e bruciata; sol la fama del suo nome restò beffarda e dura.

Quando il racconto fu finito, il vecchio tacque, e il dolore tornò a prevalere; ma prima ch'io potessi dire parola, Virgil mi spinse e disse: «Deh, frena il tuo desiderio, non domandar altro; l'angelo di Dio vi vigila, e troppo e' pericoloso indagar oltre».

E così ci allontanammo da quella riva malinconica, lasciando dietro l'ombra di Ulisse e i suoi compagni, e il rimbombo delle parole sue che ancora suonavan come vento tra le rocce; e noi salimmo ad altra bolgia dove il pianto e lo strazio han lingua diversa.