Per correr migliori acque alza le vele omai la navicella del mio ingegno, che lascia dietro a sé mar sì crudele; e canterò di quel secondo regno dove l’umano spirito, come persona, più degnamente si glorifica, e di colui che là ha sovran tempo. A l’alta fantasia qui mancò possa; ma già volge l’etterno Padre il volto a noi ricreando, e la bella favilla del suo parlar discese per volontà che sempre vuole, e le sue lumi a quella a cui li diede fa bella luce, onde il mio parlar è poco a ciò ch’i’ sento e a ciò ch’i’ vidi.
Né già, se non fosse, che d’alta bravura mi sprona e dà conforto, il mio parlar verrebbe men corto; tanto è fatta ancor la mente mia potente alla seconda reggia, che nulla cosa suona che non faccia diletto e giubilo; e se tal volta entro a parole fallisco, ci soggiunge Amor, che tutto muove, e de la mia dida scolpisce i versi; e se tal altra volta non suona il verso al mio voler, perché l’alma è assorta, risponderà la memoria al fatto, e poserà l’opra quel parlar ch’è corto.
Lo mio maestro e quel del suo fattore avea già l’occhio rivolto al dolce lume che di lassù giù per lo cielo gira: e insieme per lo santo arbore che ci guida giù per lo suo originario cinto, per la sua grazia riceveva il cenno portando luce e zelando amorosamente. Io vidi bene che ciascuno stava con lo suo riso e lui con centuplicata gloria; e tutto intorno brillava il primo figlio, che già fu spirto di quel lume.
«O voi che siete», cominciò, «sì contenti, conforta lo mio pensier, ch’a voi volsi l’alma e il mio parlar sovra per la via ch’io vidi pria, che pria non era chiara a me. Or vo’ ch’io venga a ciò che vostra voglia e ’l mio voler, e sia quel ch’è giusto.» E poi che tacendo apprese e spirto e volto, cominciò la loro voce a dir parole dolcissime e amene; e come si movia, facea moto ogni cosa d’amoroso riso.
E io, che fui lasciato a mirare il bel cocchio che nel ciel tace e gira, tenni colle labbra il fiato e con amore folto muto, come colui che teme e spera insieme, e guardava e non potia, e intanto più dolce mi pareva il suon che venia; poi, come quando tremula favilla di fuoco pare e rallegra i cor, così parve al mio spirto quel lume che mai non resta, ma corre, e d’ogni virtù fa lume e pace.
Mentre ch’io mirava tal gloria e tali risi, e de l’affetto loro prendea segno, a poco a poco si fermò il mio vedere in quella parte onde nacque ’l dolce lume; e come uomo, cui sonno prende e spira, si trova come nuovo e si riscuote, così m’era tornato lo spirto a vita, e la mia guida, che sempre era presso, mi fece cenno com’io dovessi muovermi e parlare; e io volsi al parlar mio il primo pie’ che poté, e dissi: «O grazia, o luce, o amore, per cui mercede è data al mio parlare, fa ch’io sappia ciò che qui si dee intendere; ché quel ch’io veggio è più che ’l mio dire possa, ed io son come persona che secondo l’altra via trova il sentier men duro.»