Mi chiamo Ida. Se non lo sapeste, lo sapete adesso. Sono nata a Napoli il 13 agosto 1914, ma la mia figura, come dicono i giornali, è romana.
Nella camera dov'ero nata, la mamma addormentava me e mio fratello con il racconto di un cavaliere che aveva un grande mantello e la spada. Diceva che il cavaliere difendeva il paese, e tutti si sentivano sicuri. Ma quando io sono cresciuta, il cavaliere non c'era più; al suo posto c'erano degli uomini con le pistole che gridavano e rompevano le cose.
Papà era un uomo alto e grosso, con le mani pelose. Non era mai stato a scuola e parlava poco. Lavorava come operaio e tornava a casa stanco e cattivo. La mamma, invece, era dolce, con gli occhi grandi e tristi; faceva il bucato e cucinava, e pian piano diventò sempre più brava a nascondere la paura.
Quando ero bambina, mi piaceva andare al mercato con la mamma per comprare i pomodori e il pane. C'era sempre confusione: voci, odori, e uomini che urlavano i loro prezzi. Mi sentivo bene in mezzo a quella gente, anche se la mamma diceva che non era un posto per noi.
La guerra cominciò quando io avevo già vent'anni. Prima c'erano state altre cose brutte, ma la guerra fu la peggiore: le case caddero, le strade bruciarono, e molte persone non tornarono più. Roma cambiò; non era più la città dolce che ricordavo da bambina.
Mio figlio Useppe è nato in un giorno di pioggia. Ha gli occhi grandi come i miei e il naso un po' storto come quello di suo padre. È il mio unico conforto. Quando lo tengo in braccio, sento che tutto può ancora avere un senso.
Una volta, durante un bombardamento, ci nascondemmo in cantina con altre famiglie. I bambini piangevano forte, e gli adulti cercavano di fare finta di non aver paura. Io pensavo solo a proteggere Useppe, a chiudere la porta e a pregare che tutto finisse.
Dopo la guerra, molte cose non tornarono come prima. La gente si spostava, cercava lavoro, e la città aveva cicatrici che non si vedevano più. Io cercavo di ricucire la mia vita, ma a volte mi pareva di avere una ferita che non si rimarginava.
La storia è fatta di queste piccole tragedie: non solo di grandi battaglie e politici, ma di vite che si perdono e di mamme che cercano di salvare i loro figli. Questo è quello che volevo raccontare quando ho cominciato a scrivere: la vita quotidiana che continua anche nelle peggiori tempeste.