La Divina Commedia. Inferno. Canto XXXIII

Dante Alighieri

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Già eran venuti i raggi de' pianeti, ch'alluminar suole il mondo medesmo, quando noi tornammo a riveder le genti; sì che la bella luce del terz' giorno mi fece men, per tornarmi più peso, la vista, ed io volsi i passi al' altro estremo.

Al loco, ov' io posi il piede, era un segno di sangue unto, e 'l dito affisso d'ogni lato d'un ferro; e quella piaga, a cui quel segno convene, mostrommi un uom ribattuto al suolo, e tutto più che a mezzo da le ginocchia; e disse, poscia ch'ei mi vide e conosciuto, «O tu che vieni, e sembri discreto e pio, se ragion di pietà ti move il petto, ascolta: tu vedi quel ch'io fui; e vidi mia figlia e mia donna morir supperga a la mia bocca, e non potea piangere.»

Queste parole, e queste e simil parole, di morte e d'affanni miste, mi feriro; e io, che non tornava lieto de' passi miei, drizzai li orecchi e cominciai a domanda: «Chi è costui, che par ch'al pianto venga?»

Poi che li occhi nostri furono ben fissi in lui, veggio un vecchio coronato, che stava col capo basso al petto, e le braccia strete e i denti con le labbra stretti; e come ruggisce e geme la fiera, quando 'l cacciator la fa volger, così facea questo, e con la voce: «O voi ch'avete tempo di piangere e pregare, ascoltate, e ricordate il pianto mio.»

Cominciò dunque e disse: «Io era Guglielmo di Toscana, e vivea del mondo, e fui pace e guerra; ma qui convien ch'io taccia il mio nome, ch'è noto a tutti; e non fia men noto il mio martìrio. Per impedir il qual non poscia che 'l fatto fosse fatto, potrei dir molte cose. Dunque vi dico: I' nacqui a Pisa, e fui d'una casa che avea ricchezza e fama; ma la fortuna spense, e 'l voler de' baroni mi mise in prigione. Entrando qui, conobbi il gel che qui regna; e per fame e per disperazione vidi morir li miei figli per mano mia, e non potea fare altro che piangerli.»

E qui si tacque, e l'altra voce, che venia dalla ghiaccia, rispuose: «O Padre, ora non è tempo di rimembrar le offese; l'ira nostra è vinta, e vogliamo parlar di quel ch'è stato: poiché tu che parli se' vivo, dimanda a me che fui prigione, e io ti dirò come la morte ci vinse».

Io, commosso dal pianto, volsi il viso a colui, e presi a chieder: «Chi sei tu? e perché giù tassi? e chi t'ha messo qui dentro?» Ed egli a me: «Io fui conte Ugolino, e questo è lo scuro della mia vita, e qui dinanzi è Ruggieri; e l'uno e l'altro furon causa del mio danno. Per ciò ch'io fui trattato da lor, ascolta come morimmo di fame; e, se puoi, tien memoria del pianto mio.»

Allor mi mostrò le spalle e il collo, e sotto gli occhi due lagrime gelate; e seguitò: «Qui ci chiusero in torre; l'aria era greve, e il pane sparito; i figliuoli miei gemendo moriorono intorno a me, e io, che dovea sostener li ultimi sospiri, non potea muover le mani a trovar del cibo. E così la fame e la disperazione ci mangiarono, e i nostri lamenti furono risposta sola a noi stessi.»

Quando ei disse ciò, piansi; e la pietà che m'avea colto mi fece sentire cose che non si possono dire. E volsi a Virgil, e gli dissi: «Maestro, chi è quel Ruggieri che sta più giù?» E colui, che di tutte le lor miserie sapea, rispuose e disse: «Quell'uom è Ruggieri degli Ubaldini, il quale fu come veleno in su' popoli; e qui l'aspetta la pena che convenne a lui.»

E come noi taceam, udimmo un pianto e un lamento tal, che parve a noi venir dal fondo del gelo; e allora il conte Ugolino ripigliò voce e raccontò ciò ch'a noi parve pianto d'uom che morì: e narrò i nomi de' suoi figli e le ultime parole che con essi parlò, finché la lingua sua s'assetò nel freddo, e il petto si chiuse in quel luogo tetro.