La luna e i falò

Cesare Pavese

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Non si può dire che il viaggio in America sia stanco, perché il viaggio in America è come uno che va a bere l’acqua di un fiume sotto il vento d’ottobre: l’acqua è sempre la stessa e il vento è una cosa che non si può fermare. Dalla stazione di New York al marinaio che m’aveva promesso il passaggio occorsero due giorni, e due notti, e una casa dove aspettare e qualche telefono inutile. La città non è che una cosa enorme che si muove; quello che è in essa si tiene lontano da te, come se tu non ci capissi niente. Le facce sono le facce che si affacciano alle finestre delle case degli altri: ti guardano pochissimo e già ritornano a ciò che facevano; e tutt’intorno è un lavoro, un andare e venire che non ti tocca.

Il marinaio venne, e con lui un altro, e una barca affollata di uomini che non parlavano la mia lingua; e per tre giorni e tre notti andammo sull’acqua che pare sempre uguale. Non vidi niente di speciale: le luci dell’America che si spegnevano, il ponte dove i treni passavano, qualche altro bastimento che veniva o che se ne andava, e la costa che diventava sempre più larga mentre il freddo aumentava. Io pensavo alle mie cose come a cose che stavo lasciando, che non mi avrebbero più seguito; e non avevo quella sensazione di potenza o di avventura che si crede vedendo i cartelli nelle stazioni.

Sbarcammo in un porto che era una specie di altra città, con altre scritto e con altre bocche; e poi, dopo l’ufficio, la dogana e le valigie, salimmo su un treno che ci portava verso l’interno. Là dentro cominciai a vedere l’America vera: i campi, le case, i paesaggi che sembravano fatti per non far pensare. Avevo il sacco sulle ginocchia e guardavo fuori dal finestrino, dove il mondo passava come un film che non m’interessava. Qualche volta mi pareva di essere arrivato a una fine senza ritorno: la patria che avevo lasciato era un posto dove mettere i ricordi, ma non vi avevo più l’anima.

Non so perché, ma era spirata in me una sorta di desiderio di casa che non sapevo nominare. Forse era la memoria delle sere in cui si parlava piano, o il gusto delle persone che si capivano con uno sguardo, o il modo con cui le cose piccole hanno il loro ordine e il loro senso. Mi veniva in mente la mia valle, le torri, la chiesa, le case dei vecchi che restavano tutte uguali; e mi pareva ogni volta che questo paese lontano non avesse né ordine né ritegno. Ma poi passavano paesi che avevano anch’essi il loro ritmo, e capii che tutto era uguale dappertutto: gli uomini vanno e tornano, e le case restano o crollano secondo la legge delle cose.

Dopo settimane, mesi forse, riuscii a prendere una nave per l’Europa. Il viaggio fu lungo e lento; il tempo aveva l’aria di non volerci consegnare a nulla. Noi eravamo un gran numero di uomini che tornavano a qualcosa che non riuscivamo a vedere ancora; e parlavamo di cose vecchie e nuove, e mangiavamo e dormivamo e ci svegliavamo come se nulla fosse cambiato. Io guardavo i compagni e non sentivo un incontro; mi pareva che la mia vita fosse un pacco che portavo dietro, e ogni tanto lo aprivo per controllare che non mancasse nulla.

Sbarcai in Italia con la stessa sensazione di estraneità. La lingua mi tornò dentro come un abito che era nel baule e che indossavo per forza. Mi dirigevo verso il nord, verso la mia terra; e il viaggio che feci dalle stazioni alla collina fu lungo come un rito. Vedendo le vigne e le colline, mi parve che i miei ricordi fossero cose che mi aspettavano: le strade, le case, i solchi nei campi, tutto era pronto per accogliermi come se non fossi mai partito. Ma dentro di me non c’era la festa che credevo; c’era una calma aspra, come di chi ha fatto un grande sbaglio e non sa rimediare.

Arrivai finalmente al paese dove ero nato. Lo trovai piccolo, il tempo l’aveva ridotto a un’immagine più netta: la chiesa, il campanile, la piazza, le case ravvicinate. La gente mi guardava e non capiva chi fossi; i volti erano quelli che ricordavo ma più segnati dal lavoro e dal tempo. Parlai con alcuni, con altri non riuscii; le parole mi venivano come cose che conoscevo ma che non erano mie. Eppure quel luogo aveva in sé una specie di memoria che mi chiamava, e io sentii come se dovessi rimettere insieme qualcosa che avevo spezzato.

Andai a cercare la casa dove ero nato. Era cambiata, ma non molto: la porta era la stessa, la cucina aveva ancora l’odore del fumo; però la vita che c’era stata, le persone, erano quasi sparite. Restavano le tracce: un segno sul muro, una crepa nella soglia, il nome inciso sul legno. Mi sedetti sulla soglia come un estraneo che pregusta la casa che non è più sua; e mi colpiva ogni particolare come se fosse un indizio per capire chi ero adesso. La sera venne, e la luna saliva dietro le colline, pallida e sola.

La gente del paese continuava a vivere come prima; i contadini andavano nei campi al mattino, la donna filava la notte, e i ragazzi correvano per le strade. C’era un andare e venire che non aveva bisogno di parole, era una vita che si ordinava da sola. Io stavo guardando e ascoltando, e credevo di poter leggere in quelle abitudini il senso del mio passato. Ma ogni volta che tentavo di parlare della mia vita lontana, le parole sembravano inutili; meglio stare zitti e sentire il respiro della terra.

Così cominciai a camminare per le valli e i boschi intorno al paese. La campagna mi parlava con una lingua antica, e io cercavo la voce che mi aveva formato. C’era il vento tra le foglie, il canto degli uccelli, il suono dei fontanili: cose che non cambiano mai. Mi ricordai dei falò che facevamo da ragazzi, delle notti in cui la luna ci guardava e sembrava volerci raccontare qualcosa. La luna e i falò: due idee semplici che nella memoria avevano preso un senso enorme.

I giorni passavano e io non riuscivo a ritrovare il filo che mi legava al paese. A volte mi pareva che tutto fosse migliore di come lo ricordavo; altre volte, che fosse peggio. Le persone mi vedevano come un ritorno di un uomo che era stato via troppo a lungo, e guardavano la mia voce e i miei vestiti con una specie di diffidenza. Io stesso sentivo in me una vecchia rabbia che non sapevo spiegare: era come se l’essere andato via mi avesse dato un diritto e al tempo stesso mi avesse tolto qualcosa. Cercavo un confronto, un gesto che mi dicesse: "Sei uno di noi"; e non lo trovavo.