Decameron, Giornata I, Novella I (Ser Ciappelletto)

Giovanni Boccaccio

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Nel tempo che i cittadini di Firenze venivan per la più parte fuggendo la mortalità che allora regnava, le quali persone raccomodandosi l'una con l'altra, cercavano dove meglio si potessero riparare; alcuni di costoro venendo a Piacenza, e per veder la terra e per uopo d'affari, avvenne che vi restassero più giorni che non avessero pensato, e gli avessero indarno provveduto provederi; tanto che, avendo l'indigenza sopra le loro forze, furono forzati di vendere quel poco che avevano per pagarsi il vitto e il vivere, e molti rimaser poi di tutto spogliati, e per ciò non potendo partire, e per la necessità doversi mendicare o più tosto morire di fame, si rassegnarono a ciò che poté esser.

Fra questi fu un mercatante nostro amico, il quale, non potendosi rimanere, mentre che gli altri si partivano, restò alloggiato in una casa con un servo di lui che era buonissimo uomo, e chiamavasi Ser Ciappelletto, il quale era nato in Firenze di poco onorevole famiglia, anzi di quelle che si chiamano da poco; e questo era stato per professione avvocato, e per natura e per consuetudine di vita, uom di nessuna fede, e di mala vita, e in somma di tutti i vizii pieno: e non era cagione che gli tenesse di far male, che così come gli veniva a fanti; e questo fu appresso quello tempo che lo tenne a Piacenza il suo padrone, e seco molti altri, e perciò che lo facea per nulla, lo lasciava andare in tutte le sue voglie, e quelle più turpi, come solevasi che facessero i suoi pari.

Dopo che per la mortalità grande ch'era, il padrone suo morì, e Ser Ciappelletto con molti altri si trovarono in mancanza di mezzo per la vita. Ben gli pareva che, partendosi dalla città, potesse andare di casa in casa a chiedere e a mendicare; ma poi, considerando la sua vita precedente, e che molti erano quelli che l'avevano a male, e pochi quelli che con ragione avessero compassione di lui, e più che tutti aveva paura di quelli creditori ch'egli avea fatti in vita, deliberò di fuggirsi in un'altra terra, dove nessuno conoscesse la sua persona, e potesse vivere tranquillo, o almeno sapersi difendere con qualche astuzia, se a caso lo volessero inquisire.

E così, avendo potuto ricuperare con molta fatica qualche soldo, e rimercar fare un buon vestimento e qualche cosa di denari, se ne partì clandestinamente alla volta di Milano. Ma avvenne che, giunto che fu in quella terra, il Signore di Milano, per le sue guerre, avea fattosi molti nemici, e molti menavano vita pessima e ingiuriosa per non ubbidire a ciò ch'egli comandava; e perciò, essendo la città tutta in segno di sospetto e di pericolo, molti fuggivano, e molto più quelli che come Ser Ciappelletto vivevano di frode e di mala vita. Così il nostro ser, non trovando riparo né quiete, se ne venne al contado, e finalmente a Piacenza tornò, ove, tra un altro e altro caso, si trovò malato gravemente.

Gli amici suoi, desiderando di fargli bene, e per cagion del bell'aspetto e della bontà naturale ch'egli avea in quel cuore, non gli mancarono d'affetto; e tra questi fu uno di Lione, mercatante ricco, che avendolo conosciuto per certo haver buona industria e avventura di far prospera mercanzia, lo ricevette con ogni carità. Ma poco dopo accadde che il mercatante quello si ammalò di una infermità grave e mortale, ed avendo poca speranza di vita, e volendo lasciar ogni cosa ordinata per li suoi affari, chiese ai suoi compagni e amici se vi era alcuno che volesse restare in quella casa ad amministrare le sue cose e stare alla sepoltura e al mandare gli avvisi necessari. Ser Ciappelletto, il quale vedea novella convenienza di starvi e sperava di guadagnare con l'apparente carità, disse che lui volentieri lo facesse.

Venuto in quella casa il mercatante lungamente stette malato, e i suoi parenti e amici, vedendolo morire, lo visitavano continuamente, e tutti dicevano che, prima che morisse, si facesse chiamare un buon frate o buon confessore, perché era cristiano cristianissimo e voleva morir veramente bene. Però i suoi compagni ricordando di Ser Ciappelletto e sapendo bene come uomo fosse assai ingannatore e di vita peccaminosa, temevano che, se gli fosse data facoltà di confessarsi, avesse a dire cose che avrebbero tolto a molti il timore e cagionato scandalo; però si misero d'accordo di chiamare un frate vero e godibile, ma il moribondo, non conoscendo bene la qualità di Ser Ciappelletto, insistentemente pregò che gli fosse lasciato quel compagno che n'era vicino, e così fu accordato.

Ser Ciappelletto, chiamato alla presenza del malato, si fece portare armi di frate, e cominciò una confessione sì dolce e sì artificiosa, e con termini tanto scavati e con parole così accomodate, che il moribondo, e coloro che stavano presenti, tutti ne furono maravigliati. Egli prese a raccontare, non le proprie vere miserie, ma menzogne così piene di devozione e con tale abilità, che fece credere al mercatante ed a tutti gli altri presenti d'aver compiuto tutta una vita piena di penitenza, di digiuni, di opere pie e di venerazione, e adoperò nomi di santi e di persone per cui colorìano le sue frottole, e parlò così con convinzione che tutti si convertirono a credergli.

Il moribondo, pieno di consolazione e d'armonia della sua coscienza, volendo lasciar la terra in pace e con buona opinione di quel compagno che avea tanto provveduto alla sua anima, prima di spirare raccomandò a quegli presenti che sepolti il suo corpo si facesse memoria di Ser Ciappelletto, e che se alcuno volesse sapere come fosse vissuto, si raccontasse la sua confessione, perché quell'uomo avea insegnato a molti il modo di morire bene. E così il mercatante spirò, lasciando a tutti gran maraviglia, e Ser Ciappelletto, come molto onorato, rimase alla casa con qualche avviso in suo favore; e la voce della sua santità si sparse per la città, e v'andarono molti a venerarlo e ad avere grazie da lui, fino a che la sua bugia, e più che l'arte sua, fece di lui un uomo stimato santo.