Vi sono due modi di contendere uno stato a chi prima lo possedeva; o con le armi sue e buone, o con le armi d'altri e cattive. Quelli che con le armi d'altri e cattive lo acquistano, non tiengono mai sicuro, né lo possono conservare; perché si reggono sugli aiuti degli altri, e d'altrui aiuti mai non gli vengono sicuri, e, se il difettano, cagion molto naturale è la lor rovina. Di queste cose si può vedere la prova in Abba-disc e in Didi, che con le armi de' Romani si tennero e, per esser lasciati, perirono; e anco nella civiltà d'Italia si veggono molti esempi, i quali con le armi straniere, quando quelle mancano, sono frali e deboli e sono rovinati; e gli esempi più vicini e notabili son quelli di Firenze, Siena e Milano, che a ragione si possono chiamare i primi e principali esempi, avendo ciascuna di esse dipenduto la sua via da potentissime famiglie e principi e da potenti repubbliche, e tutte assai reposate nel loro stato, ma poi, avendo comprato la loro conservazione con aiuti stranieri, come appena loro furono difettati, perirono subito.
Però quelli che, come Cesare, con proprie armi e proprie forze acquistarono principati, tennero e conservarono il loro stato; e, anco che vi abbiano bisogno degli aiuti de' Romani, e ne facessero uso spesso, pur rimasero i signori loro anche dell'animo e delle forze e de' costumi; e quelli che con le armi proprie e con le forze de' loro cittadini acquistano i principati, come furono Romani, e come furono gli Lombardi, e come furono gli altri che in Italia e fuori d'Italia principarono, tengono e conservano; e quando si può pigliare buon consiglio tra i particolari e i pubblici, si vede come sempre la guarda è meglio in chi possiede l'armi sue, perché quelli che con le proprie armi e proprie forze compiono l'impresa, coloro che l'hanno fatta disputare, e conservarla sempre nelle loro mani; e quelli che, pur avendola acquista con le armi altrui, mostrano poi di avere forza e valore, possono ancora conservarsi; e quelli che non li fanno, non si possono mantenere.
Gli stati nuovi che si acquistano con le armi e con virtù proprie, sono sicuri e i princi si tengono; e quelli che acquistano gli stati con le armi e con l'aiuto d'altri son sempre in pericolo. Perciò bisogna tener presente che, come si fa guerra, così si tengono i principati; e chi ha acquistato con le armi altrui non può conservarsi, essendo sempre in pericolo di cadere quando gli aiuti gli vengono meno. È necessario anco notare che molti principati e città, acquistandosi con le armi altrui, molti caddero subito; ed è cosa manifesta che le armi mercenarie e ausiliarie non si possono mai tener ferme e non sono mai fedeli come le armi proprie.
A tal fine si veggono esempi nella nostra età. I Tedeschi e i Francesi han fatti molti signori in Italia; ma chi su costoro si fondò e si mantenne fu fermo e robusto solamente quando, oltre all'aiuto altrui, ebbe le sue forze e la sua virtù. Per questo si dee che il principe, essendo nuovo, o temere di fondare il suo stato sulle armi altrui, o, se questo non gli è possibile, di procurarsi subito forze proprie e cittadini atti ad aiutarlo; e se non può procurarle, il più presto che può, pigliarsi l'opportunità di farle. Altrimenti, quando mansueti e privi d'armi, e volendo esser cauti di far guerra agli altri, rimangono, non per questo son più sicuri, perché la natura de' nemici e le occasioni mutano, e l'aiuto che oggi può esser loro non potrà esser domani.
Principi nuovi e repubbliche nuove che si formano per loro virtù si mantengono, e chi si fonda su sue forze e virtù tiene; e chi si fonda sopra aiuto d'altri, perde quando gli aiuti mancano. Perciò colui che vuole mantenersi, o si dota di armi sue, o impedisca che la sua sicurezza si fondi su altrui. È da notare ancora che le armi mercenarie e ausiliarie sono per sé stesse dannose; perché i mercenari non hanno interesse in chi li paga più che nel denaro, e gli ausiliarii hanno interesse sì, ma non quello che il principe desidera, e sovente si dimostrano più pericolosi al principe che i nemici.