Ci sono due maniere di giugnere a principato: o per virtù, o per fortuna. Quelli che per virtù acquistano l’uno o l’altro stato, e quegli che lo acquistano per fortuna, debbono preoccuparsi molto delle cause che hanno prodotto il loro acquisto. Perché in quelle sta la durata o la rovina del principato.
Quelli ch’ebbero principati per fortuna, pigliarono quelli per genio d’altri e per accidente; e perché non portarono seco esercito loro, né modo di reggere, gli nacque propriamente la necessità d’imparare come conservare il potere, quando per fortuna l’avevano acquistato; e nel dir d’essi si deve notare come la fortuna migliori, o no, l’operato umano, e quanto ella giovi nelle cose umane.
Fermo principe fu Cesare Borgia, detto nobile Romagnuolo, figliuolo di papa Alessandro VI. Il quale, per la sua fortuna e per le cagioni di essa, pare che fosse nato per acquistare stato. Fu esso valoroso, astuto, grande scienziato di cose militari, e sommamente fortunato; e nondimeno, stando bene, perse tutto; onde appare manifestamente come la sola fortuna non basta a mantenere gli stati, senza l’ordinanza e la virtù dell’uomo.
Perché voglio che si consideri bene la cagione onde egli prese e perse il suo stato; e ciò farà bene chi considera come prima egli avesse a disposizione arme e soldati del padre, e la virtù d’un buon governatore e di ottimo capitano, e come avesse agevolmente potuto con ciò fare gran cose; ma che la sua rovina venne dall’aver egli fatto fuggire i suoi, e dall’essersi lasciato persuadere da coloro che, per interesse e adulatoria promessa, gli avevano suggerito di farsi accordare dal papa Romolo, come era appunto ciò che avvenne.
Perciò è necessario intendere che i principati nuovi, per esser frutti della fortuna o della virtù, richiedono modi diversi per conservare e reggere. Quelli che hanno grandi tradimenti e disordini interni, e sono stretti da cattive leggi e cattivo costume, non possono essere mantenuti che per forza e per armi; quelli che invece son pacifici e ben ordinati, si mantengono più con l’arte del governo e la buona politica.
Quelli poi che acquistano stati con proprio valore e con le proprie armi (a cui io do il nome di nuove potenze), debbono provedere a tutte le cose necessarie a conservarsi: cioè adoprarsi a rendere buono l’esercito, le leggi, la fama e gli ordini, e adattare le proprie azioni alle circostanze, perché la fortuna li assista meno; mentre quelli che acquistano gli stati per fortuna, o per favore d’altri, debbono esser pronti a tutte le evenienze, e non contare sopra l’aiuto stabile degli altri.
I principati civili sono quelli che si acquistano con il favore dei cittadini: alcuni con le armi, altri con la sola volontà; e si mantiene chi vince il favore del popolo o dei grandi. Quando un uomo si fa principe con l’appoggio dei grandi, dovrà contentarli; ma finché questi han potere di nuocere, il principe è in balìa loro; se invece il principe si fonda sul favore del popolo, può facilmente dominare i grandi, perché il popolo sempre desidera non essere oppresso dai potenti.
Perciò si veggono spesso grandi varii nelle sorti de’ principati civili: ché, se un principe nasce dal favore dei grandi e poi tradisce il popolo, egli non ha sicuro sostegno; ma se per mezzo del popolo si assicura contro i grandi, allora il suo stato è durabile. L’arte del governare in questi casi consiste nel render il popolo contento, non esser odiato dai sudditi, e mantenersi in tal modo.
Le cose ecclesiastiche sono assai diverse dalle altre: i principati ecclesiastici, conquistati per religione e per antico costume, si conservano facilmente. Perché essi non hanno bisogno d’armi né di grandi ordini, ma sono sostenuti dall’autorità della Chiesa e dalla fede popolare; e per ciò sono i più stabili e duraturi tra tutti i principati, assai meno soggetti a mutamenti e conquiste.