Il Principe

Niccolò Machiavelli

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Vi sono due cose, per le quali li principati si acquistano, cioè per virtù, e per fortuna; e si vede la virtù quando, per industria e per consiglio ben disposto, uno acquista i principati; e si vede la fortuna quando, né per industria, né per consiglio, ma per propension di cose, ciò gli accade. E voglio qui parlare della fortuna e della virtù, e dir come sia bisogno all'uomo principe di avere l'una e l'altra, e in qual misura. Trovasi che i principati si acquistano moltissime volte per virtù, e per fortuna né molte volte; e questo accade per quel che dicemmo, cioè che la fortuna governa la maggior parte delle cose nostre, e che la virtù e la nostra industria non possono assai contro di essa, quando ella è avversa; ma quando le è favorevole, vale per moltissimo; e però la buona fortuna quando aiuta quegli che ha virtù, egli acquista e conserva il principato; ma quando aiuta quegli che non ha virtù, egli pure acquista; ma non serba il dominio; perché la virtù sola può serbarlo.

Né io intendo qui per virtù quella che è nella conversazione comune, come prudenza, equilibrio e altre simili qualità, per le quali l'uomo è stimato buono; ma intendo quella qualità per la quale gli uomini si procacciano e mantengono le cose; e perciò dico che la virtù di cui qui ragiono è tal quale si esercita per costituire e conservare stati. E perché li principati acquistati con la fortuna, o per una sola occasione di virtù, raramente si confermano, dico che più è sicuro acquistare con la propria virtù che con la fortuna; perché la virtù è cosa di sè, e la fortuna è cosa variabile.

Ritrovo molti esempi di questo. Cesare Borgia fu principe per grande fortuna, quando la morte del padre suo gli dava lo Stato di Romagna; ma fu anche per gran virtù politica, e per molta industria; e quelle cose che a molti parvero per fortuna, a lui parvero per virtù, perché egli seppe subito approfittare dell'occasione, e con atto suo ne fece buon uso. Ma, venuto a Roma, di poi la fortuna gli fu avversa, e non gli giovò la virtù; e così perdette il suo disegno. Così vedesi che la fortuna offre molte volte occasioni, ma se il principe non ha virtù per abbracciarle, ciò che si acquista per fortuna si perde presto.

Ma perché io parlo qui di quei che con fortuna acquistano principati nuovi, voglio mostrare come questi sono conservati. Quando uno acquista per fortuna un principato nuovo, ha bisogno d'atrare al suo partito tutti gli statuti e le persone che vogliono mantenere il nuovo governo; e ciò si fa con braccia e con leggi. Mantenendo con le braccia, bisogna abbattere ogni ostacolo più forte che possa nuocere; e mantenendo con le leggi, bisogna guadagnare alla persona e all'animo di quegli popoli. Però, quando il nuovo principe non ha braccia proprie, ma si regge alle altrui, egli è sempre in pericolo, perché gli uomini volubili con facilità abbandonano chi non può difenderli.

Ho ancora a dire che quando il principe si regge su mille buoni esempi, e quando ha proprie armi e soldati fedeli, egli può mantenere il suo dominio; ma quando egli si regge su milizie mercenarie o straniere, queste non fanno fede; perciò chi vuol essere principe con stabilità deve avere sue proprie armi. E bisogna dire ancora che, se uno acquista un nuovo stato con le armi e l'industria propria, lo mantiene più facilmente di colui che lo acquista con l'aiuto d'altri; e ciò per una cagione che ho già detto: perché le armi e l'animo d'un soldato proprio sono più volte fedeli e risolvono le difficoltà.

E così si vede la ragione onde molti principati nuovi nati per fortuna non durano: perché, mancandogli le armi e la virtù propria, si reggono alle altrui, le quali abbandonano all'ora della prova. Perciò il principato nuovo ha bisogno di subito fare maraviglie o di governarsi con tanto prudenza che l'indugio non gli sia nocivo. Ma le maraviglie sono difficili, e la prudenza è meglio; e chi con prudenza dispone d'ogni cosa, non ha bisogno di maraviglie; e però dico che è cosa più sicura e più facile acquistare e mantenere il principato con le proprie forze, e con la prudenza, che con la fortuna e con aiuti d'altri.

Capitolo ottavo: De' principati che si acquistano con le armi d'altri e con fortuna. Quelli che acquistano per fortuna e per le armi altrui sono spesso incapaci di mantenere lo Stato; e la cagione è che le armi altrui non sono mai salde a buon proposito. E perché l'arte militare non si esercita in chi non è nato a questa professione, dico che quei principi che la loro forza è tutta in soldati mercenari o in aiuti stranieri non si mantengono mai bene.

E perché i soldati mercenari sono incapaci e pericolosi, e vogliono sempre essere comandati da altri, anzi facilmente si mutano, e quando vedono la sorte incerta, se ne vanno; e così lasciano il principe abbandonato. Perciò è da evitare d'adoperar mercenarie milizie. Le milizie nazionali, o proprie, hanno altro modo: sono legate alla patria, e difendono il principe che è capo della patria; e quando il principe è capo per virtù e per amore dei cittadini, egli ha col popolo un'unione che lo mantiene. E però il miglior modo è quello di avere soldati propri, e se non si possono avere, almeno far fare la nuova milizia, o impiegare quelli che sono nati nel paese.

Capitolo nono: De' principati civili. Vi sono due modi di acquistare i principati che vengono da coloro che sono cittadini: o d'infra il popolo, o d'infra i grandi. Chi viene dal popolo, si mantiene più facilmente, perché il popolo è grato a chi lo libera dalle oppressioni dei grandi; ma chi viene dai grandi, avendo alienato il popolo, resta sempre in pericolo. Chi perciò acquista col favore del popolo, ha bisogno di sostenere e nutrire la sua fama e di non far parlare il popolo male di lui; e ha bisogno ancora di guadagnarsi il favore dei buoni e di non dare occasione che i grandi lo possano levare di mano.

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