Queste parole da lor ci fur voce, e poi che pose la mano sul capo, cominciò: «Tu se' ben nato a questa croce, s'elli nol teme, cui fia giustizia fatta; però t'alcuna cosa bisogna dire, che 'l sangue mio non lasci né rinfacciare".
Diss'io: «Maestro mio, che è 'sta gente, ch'a pianger li sento e che chiamar fanno?». Ed ei a me: «Questi che 'n quel modo piangon sono anime di coloro cui colpa fu di lussuria;
e dimandonan qui giù quel che furo: e più giù, per la lor mprisa cruda, al cieco ardor tutto trasmutato è». E cominciò: "Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende, prese costui de la bella persona che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.
Amor, ch'a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che come vedi ancor non m'abbandona.
Amor condusse noi ad una morte: Caina attende chi a vita ci spense." Queste parole ci fuor dolenti e corte.
Poi rivolto a me il duca mio parlò: "Vedi le donne che son qui piangenti? Vedi come giran lor occhi smarriti?" E io: "Dio m'è testimone, e tu lo sai, che già non v'eran più lacrime a me; ma pur guardai, e non vidi altrui senno".
E come 'l vento quando ragiona, batte l'erba e le foglie e intorno suona, così quel cerchio mugghia e si contorce.
E una femmina, come leva la testa, e fa come chi dice: "Noi siam due peccatrici", e poi sospira e dice: "Sì fuor".
Un'altra allora a lui: "Francesca, tua autrice è lo dolor mio; a lui ch'i' amai, di quella voglia mi turbò l'anima". Poi dicea ancora cose dolenti e belle, che vinconno ogni ragion.
E quella favella, che païa lieta, dismise il capo e tacendo restò; e l'ombra mogliere si convulse e piangea.
La mia donna e'l mio buon maestro ascoltaro; ed elli: "Figliuol mio, qui giù s'appella chi l'amor seguì senza freno".
Poi si fermò la voce, e 'l loco tutto tacque, e l'aura del dolor parve men cruda; e noi passammo oltre, seguendo il raggio oscuro.