Gli uomini si dividono in due generi, l'uno, di quelli che, per le loro gentilezze, e promesse, amano nelle guerre conservar gli amici; e l'altro, di quelli che, per le loro crudeltà e le loro malizie, amano tener sottoposti i sudditi, e terrorizzarli. E perché gli uomini sono così fatti che quello che prende più uso e pratica è quello che più facilmente gli viene, perciò i principi che hanno fondati gli Stati con le gentilezze hanno avuto poca virtù; e quelli che hanno usato di crudeltà, e malizia, l'hanno avuta molta più; perciocché la crudeltà, quando è ben usata, si trova sempre con esso utile. Ma dico che non è necessario che un principe abbia tutte quelle qualità che ho nominate; anzi è necessario che egli ne paia come se le avesse; e veramente le abbia a suo modo, ma non tutte insieme. Perciò bisogna che un principe sappia bene sapere fingere e far l'ipocrita, e usar quella apparenza di virtù che non ha, perché con quelle si conserva; e infatti con questa gente prudente, e con quella inveterata malizia, gli uomini non importa quel che un principe faccia, purché non gliene accada di peggiori.
Un principe dev'essere disposto a mancare delle cose che possono esser dette virtù, e usarle quando gli torna bene; e quando non gli tornano bene, dev'essere pronto ad usare all'opposto; se così non fa, non può conservarsi. Gli uomini, giudicando tra molti mali, prenderanno sempre il minore, e mai quello che è più grande; perciò un principe, che vuol conservare il suo governo, ha da farsi temere, perché è sicuro che, temendo, non verrà a trovarsi nell'altro e peggior male. Il fine del principe sarà sempre la conservazione dello Stato; e se egli si appella col nome di pietà, umanità, sincerità, misericordia e religione, e con altre virtù del simile, purché queste non gli impediscano di conservarlo, ben vengono; ma quando fossero d'intralcio, naturalmente conviene sacrificarle.
Perché un principe che vuol conservare lo Stato deve talvolta violare la fede, e la pietà, e la misericordia; e similmente deve usare di frodi e inganni; e sebbene la frode sia cosa vergognosa, e malaugurata, se serve per conservare lo Stato è utile. Perciò è necessario che un principe sappia conoscere l'arte delle guerre, e goda o dispiacciare le armi, e stare in ogni tempo pronto a difendersi; e per potere conservare lo Stato, più valgono le forze degli armati che le fortezze e i conventi. È perciò manifesta la conseguenza che, desiderando un principe essere stimato animale davvero virtuoso, egli non può conservare a lungo il suo Stato, se non ha la forza dell'armi e della fortuna dalla sua parte.
Chi ha avuto i principati nuovi, e quelli che per fortuna, come Cesare Borgia, e altri, dopo aver cessata la fortuna, perdono il principio, è da tenere per certo che la fortuna è causa grande delle cose umane. Molti principi, che erano stati fondati per armi forti, e per eccellenti virtù, per la mutazione della fortuna si sono trovati indeboliti. Però la virtù non può nulla senza la fortuna, e la fortuna può essere chiamata nelle cose umane, come un fiume che, crescendo per qualche impeto, rompe le arginature; però non si può sperare mai di trattenerla se non con le prudenti opere e le vigili disposizioni; e massime nel comandare l'arte delle guerre bisogna più sperienza che fortuna.
I principati misti, che son quelli che per vicinanza, lingua, e costumi, quando si vengono ad aggiungere a un principe già stabilito, sono facili a mantenersi; e quando sono lontani, e d'altro linguaggio, e d'altre costumanze, sono difficili a conservarsi. Perciò i Romani, quando vincevano una città, o uno stato d'altra lingua e costumi, facevano al più tosto due cose: o distruggevano quella città, o mutavano le leggi, e inserivano colonie loro, o affidarono il principato alle loro genti; così hanno fatto per rendere i sudditi capaci a star soggetti. Ma quando non si può far questo, bisogna o che col tempo si usino tali arti che rimettono in dottrina e costumi i nuovi soggetti, o che si vegga di conquistarli con colonie e con fortezze, o con tener tenute le loro leggi e la lor privativa, purché non siano d'impedimento al dominio del principe; e spesso è necessario stabilire guarnigioni che tengano dietro le città nuove, perché con la minaccia e la presenza delle armi si temono più le intenzioni di rivolta.
I popoli soggetti a un governo nove richiedono mai l'aiuto, e le buone condizioni della loro antica libertà; e perciò bisogna che il principe nuovo, o il signore che aggiunge nuove province, abbia cura di non turbare le proprietà e le antiche istituzioni, fin che per condurre a suo uso non le trovi vantaggiose; ma quando è necessario di mutarle, farle con ordine e con giudizio, e non per cupidigia, e con indulgenza, e con giustizia, acciòché il popolo non abbia cagione a odiarlo. È da osservare che i principi nuovi, quando dalle cose stabilite destano grandezza e ricchezze, e l'uomo nuovo volle, per mettere mano a tutto, rimuovere gli uomini migliori, e porre in loro luogo i più deboli, hanno dato occasione a molte rivolte: perché gli uomini migliori, che avevano fatto le terre e le leggi, hanno modo d'esser sempre offesi se son privati delle loro onoranze e de' lor privilegi; e non essendovi altri che possano governarli, rinnovano odi e ribellioni.