Decameron, giornata quarta, novella quinta

Giovanni Boccaccio

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Nella città di Messina era uno di quei belli e ricchi che avendo avuto tre figliuoli, di nessuno di essi si curò tanto come del secondo, al quale egli lasciò gran nome e vasta possessione, e con li suoi danari lo tenne in tanto credito che, senza piú cognizione di chicchessia, si fece padrone; e se alcuno più intendente dappo lui gli veniva a proposito, non gli sia fatto d'uopo che qui si riferisca come da lui con ignavia e con disdoro fosse riputato, e anco da chi colui avrebbe potuto aiutare con buona occasione fosse malvisto.

Or questo giovane, per la sua indole che era piena di disordinata cupidigia delle belle donne, si diede a voler vivere libidinosamente e clubbevolmente: e come gli veniva cosa d'amore, di quella si dilettava; e, perché la fortuna in quelle cose a lui spesso fu favorevole, molte le amò e molte le vinse. Fra le altre, v'era una giovane chiamata Lisabetta, figliuola d'un certo Agnolo di Messer Filippo, ricca e molto obbedita nella casa sua; e Lisabetta, come in quella età si deve, era non meno bella che virtuosa e pudica. Costei il giovane amò; e per amore di lei fu da lui parimente ben amata, e vissero insieme felici e bene assai tempo.

Non solamente l'amore loro era segreto, ma anchora tale che a poco a poco, per lo troppo ardente affetto, con tante dissimulazioni e con tanta cura si conservavano, che parventualmente nessuno poté mai loro sapere il fatto; e se taluno vi dubitava, era poi alquanto ritratto per lo rispetto che facevano, e per la reverenza che Lisabetta teneva verso i genitori suoi, e per lo studio che il giovane mostrava d'aspettare tempo e occasione convenienti. Però che la famiglia del giovane era ricca, e i parenti suoi grandemente con le sue nozze contavano guadagnare; onde finalmente fu presa risoluzione di condurlo alle nozze, e tra loro fu posta una bella sposa; e così il giovane fu persuaso dagli amici e dalla famiglie d'andare a pigliar posto e avere casa; nel che Lisabetta, per vedere adempiuta l'opera, con giuramenti e con lagrime lo benediva.

Ma come la cosa fu fatta, e trattata la dote e messe le carte in ordine, e il giovane fosse già stato spinto dai casi e dalla necessità ad accordarsi con gli altri, e la sposa sua divenuta di gran signoria e di nobili condizioni, egli, per non disgratificare li parenti e per seguire la gloria e la condizione, lasciò Lisabetta e si partì; e per non far rimuovere più il giardino dell'amore, così discostandosi da lei, andò a risieder presso sua moglie, e cominciò a trattarla con ogni cortesìa e bontà.

Siccome si vede, però che gli amori torcono e mutano gli affetti, così egli volteggiò da Lisabetta, e con quella sua abitudine e con quella sua fortezza d'animo che tutti gli uomini hanno, indi giunse a disamare la povera fanciulla; la quale stordita dal dolore e non potendo diè molte lagrime e molti sospiri, né altro più poté, si ritirò in camera e cominciò a farsi vendetta con l'anima sola. E, come donna di poca speranza, ella mantenne un grande segreto: havendosi trattenuta a pianger più giorni e notti, nel fine, come natura umana non potea più, e lo affetto la vincendo, fu di maggior pena poi che ella non potea portare; e finalmente si ritirò in un tuo pensiero, ch'era di pigliare il corpo dell'amico segretamente, e di tenerlo con sé in casa.

Ma tal cosa, che parrà crudele a molti, fu fattaci non per ferocità d'animo, ma per la disperazione e per il furor dell'amore: perché una notte che gli altri suoi fratelli dormivano, ella, avendo posto in ordine la camera e fatta ogni cosa che era necessaria, andò al locchio dov'egli era; e trovato il cadavere del suo amante, e avendo ricavato con molta fatica il corpo e portatolo in camera assai gentilmente, lo mise in un vaso e lo sotterrò sotto la terra del giardino. Poi prese un vaso di terracotta, e in quello pose terra e vi piantò sopra un basilico, del quale, come conviene, ogni giorno avea cura e lo lasciava presso la finestra per vedere se fiorisse; e nelle sue cure ella soleva piangere e cantare con tal dispetto, come chi più di tristezza non potea portare.

Questa novità fu veduta da coloro che abitavano la casa e da' passanti, e si maravigliavano del continuo odoroso profumo che usciva dal vaso; e così la fama si sparse per la città, e ciascuno reputava quella giovane una stranissima donna, e con venerazione e con compassione la guardava. Ma il fratello de' giovani, che era uomo d'insolita crudeltà e di grandissimo avarizia, e che era succeduto a tutte le cose del fratello morto, avendo veduto questo basilico assai ben trattato e colmo di buon odore, e avendo osservato che la sorella lo curava con diligenza e con singolare affetto, cominciò a dubitare, e sospettare ch'ella avesse qualche segreto con quel vaso.

Il detto fratello, dunque, ardito e pieno d'intenzione di sapere la verità, una notte si affacciò alla finestra dove la sorella lasciava il vaso; e, vedendola addentrarsi nella camera, e non potendo sostenere la maraviglia, risolse di entrare egli medesimo e di cercare. Aperta la finestra, e levatosi giù con gran quiete e con astuzia, andò a scavare la terra del giardino, e trovò il corpo del fratello, che, per la cura e per le lacrime della sorella, era rimasto intatto più di quel che conveniva; e portatolo fuori, senza mostrare alcuna pietà per la sorella, lo menò ai giudici, e con tutta arte e con pignoleria fece accusare Lisabetta di avere commesso tal delitto.

I giuochi e le pene succedettero; e Lisabetta fu condannata alla pena di morte, e prima che fosse posta a morte, le fu tolto il basilico, e quivi la speranza e la ragione della sua impresa, e così la gente fece riverenza al vaso, e con quella insania e con quella compassione ch'era per lei, fu menata a giudicio la povera giovane. Ma, prima che la pena si eseguì, ella, sentendo venire la morte, e sapendo che il vaso le era tolto, e che la cagione sua sarebbe conosciuta, essa si mise a piangere e a lamentarsi in tanto modo che tutta la città fu commossa; e il vaso, che avea servito a nascondere il cadavere, fu posto in luogo aperto, e chiunque voleva lo poteva vedere e portare via qualche ramo o qualche foglia in memoria dell'amore.

Così finì la storia di Lisabetta, la quale, perduta la speranza, morì di duolo; e il basilico, continuando a profumare e a fiorire, fu tenuto come un segno del suo affetto. Questa novella, narrata da chi l'ha avuto udire da coloro che ne furono spettatori, fu posta qui, affinché serva a descrivere gli effetti dell'amore e le disavventure che spesso seguono agli eccessi e alle passioni degli uomini.