Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l'etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.
Giustizia mosse il mio alto fattore:
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e 'l primo amore.
Dinanzi a me non fur cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate.
Queste parole di colore oscuro
vid'io scritte al sommo d'una porta;
per ch'io: «Maestro, il senso lor m'è duro».
Ed elli a me, come persona accorta:
«Qui si convien lasciare ogni sospetto;
ogn'or qui si convien render conto».
E poi che fummo oltre passati i petti
di quel che 'nfin l'entrata giù si scolora,
vid'io una donna che piangea disconcia.
Sì grido ella forte, e tal parole
pronunziava, e con tanta pieta,
ch'io sentiva 'l cor quasi cascar meco.
Come pol carretta a trè, quando gira
dal lato ove più grave è il carico,
così trai di pianti e di dispiacere
le sue parole girando a dritto e a manca,
che tutte e più erano 'n dolci lamenti;
ed ogni volta che parlava, era un sospiro.
E poi che fu' a noi rivolto il viso,
diss'ella: «O frate, questo è il mio conto:
che 'n vita fui la più bella e la più pura,
ed ora son qui per lo mio parlar costa.»
Queste parole fuor presso a' miei orecchi,
e tal mi ferian come ferro a ferro.
Allor si volse a l'altra parte, e molta
di gente vide, e disse: «Quivi dimora
di ciò ch'a l'ombra urge e che per noi duole.»
E 'l primo mio maestro, allora m'appella,
dicendo: «Guarda e scruta con buono aspetto
chi son costoro, e perché così piangono».
E quella alla vista nostra: «Io fui Francesca,
che a l'amor de' miei occhi diedi 'l core;
Paolo fu nome al mio secondo nato.
Noi leggevamo un giorno per diletto
di Lancillotto; e come quel morse
che sol per amore il petto gli trafisse,
noi due a un tempo i baci ci scambiammo.
Ma quella lettura fu cagione
che il dolce tempo tramutò a duro pianto.»
E come quando per l'affetto ardente
uno a l'altro dice parole amore,
tal esser ci fe' il sospir, e questo intento
di ciò ch'io sentiva fere' a la rima.
E come il vento che nel mare spira
muove insieme l'onde ed il cor dell'aura,
così quell'armonia, ch'era in parola,
ci trasse insieme in un medesmo moto.
E io, che 'nfin allora avea parlato poco,
dissi: «Maestro, il lume de' tuoi occhi,
perché con sì grave volto ascolti?».
Ed egli a me: «Sappi che qui piangono
le anime ch'amor guida, e non la ragione;
e per questo 'l dolor non ha posa mai».
Ma io, che dico e che tutto il tempo piango,
trovai parole povere a dire
nel sentire il dolor che m'avea presi.
E quella donna, che avea nome Francesca,
con lacrime disse: «Tu se' colui
che scrivesti: 'Com' amor m'ha fatto volare'».
E poi sospirando soggiunse: «O frate,
se pur di questo puoi aver memoria,
ricorditi di me, ch'era mortal».
E 'l poeta mio, che conoscea il core
di quella donna e di quello amore,
la prese in seno e volse gli occhi a terra,
e 'n così fatto modo a me parlò: «Taci,
ché qui si convien piangere, non ridere».
E tanto mi tacque, che 'l pianto muggia.
Io non so ben ridir com'io entrai
nella tenzone ch'alfin mi prese il cuore;
ma so ch'alfin dolente andai con loro.
E questa è la storia che qui lasciai,
e qui la lascio a chi verrà dietro,
perché tema e non faccia quel che noi fummo.