Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l'etterno dolore, per me si va tra la perduta gente.
Giustizia mosse il mio alto fattore; fecemi la divina podestate, la somma sapïenza e 'l primo amore.
Dinanzi a me non fuor cose create se non etterne, e io etterno duro. Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate.
Queste parole di colore oscuro vid'io scritte al sommo d'una porta; per ch'io: «Maestro, il senso lor m'è duro».
Ed elli a me, come persona accorta: «Qui si convien lasciare ogni sospetto; ogni viltà convien che qui sia morta.
Noi siam venuti al loco ov'io t'ho detto che tu vedrai le genti dolorose, che han perduto il ben de l'intelletto».
Poi si accostò al piè de la mia guida; e io, che teneva dietro le sue orme, guardai e vidi una fiera che grida.
Non avea piena natura di donna, ma era più feroce assai che tutte l'altre; e avea l'occhio come di foco e di pioggia.
Poi vidi venir la folla che mai non posò ancor l'ale alle spalle; e tutta quella gente era mista.
Udi' dire: «Questi sono gli ignavi che visser sanza 'nfamia e sanza lodo; ché 'l ben nato sempre fu per lor disprezzo».
E viddi gente, a cui piangevan li occhi, correre e ritornare senza posa, e tentavan di far ch'altri soggiorno.
Lo duca mio, quando li vide assai, cominciò: «Questo è l'infrutto del mondo, che mai non fur prigionier d'alcun più alto cimento».
E poi ch'a lor passai, e Charon' vid'io, che conduceva l'anime a l'altra riva, con occhi di brace fiso e cupo brio.
«Porgi a questi morti,» disse, «lunga scorta; rivolgite i vostri passi e guardate: hano perso la speranza dell'alto bene.»