Divina Commedia: Inferno, Canto V

Dante Alighieri

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Così discesi del cerchio primaio; che'torno mio dritto e 'l mio maestro in su la riva mancava ancor del piano. Quando noi fummo al pietoso stromento che vuolsi altrui mostrar, com'io dicea, la tribolazione ch'al mondo è amento, vid'ïo le facce di coloro che piangendo dicean: «Francesca, i tuoi pianti fanno pietà; ma non son solo». Lo duca mio chinò la fronte e tacendo, e poi rivolto a me: «Qual dolor ti scosse ch'a tal parlare poni il cor sì desto?» Io a lui: «Maestro, voi che vedete com'io mi consumo, ditene il perché ch'a parlar prendo, e poi capirete».

E ei: «Figliuol mio, qui convien ch'a voi sia chiara la cagion del pianto lor, e sapere, e compassione non perdete. Questi che veggio, e tali e tante amene, son quelle anime che lussuriosi furon nel mondo, e qui son punite insieme. Dunque ascolta: già fui come te dolente per animo e corpo, e come io veggio qui mi par che fossi allor per simil cose. Questi, che parlan così, la bella rima mai non perdono, e parlano sempre a noi passion di lor, che fa lor pestifera cima».

Io intesi quel che dicean sovente; e vidi gente che piangea dolente acciò ch'ogne suo parlar fosse pianto. Una di loro avea capo reclinato sopra 'l petto, e lagrime sue eran grandi com'uva che cade dal tristo ramo. E quella prima che parlò di noi piangendo disse: «Dante, per che tardi a tanto maggior dolore vieni a noi?» E qual era il suono che nacque di lei fu dolce tanto ch'al cor mi penetrò, come quando dolce suon fa dolce ajo.

Quella gentil donna porse al suo fidato sorriso, e poi cominciò: «Noi due siam sopra 'l gran scoglio, e 'l vento ci sospinge. Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende, prese costui de la bella persona che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende. Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende, prese costui de la bella persona che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende. Ardo per lui, e pien di dolcezza e pianto rammento il primo giorno ond'io soffersi quel che mai più tor mi fa sconcia e canto. Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria; nulla più caro che 'l dolce ricordarsi».

E quell'altra a lei: «Siede e taci, donna; vegg'io le soavi parole tue che piangendo fan tremar lo mio core. Sì come colui che, per amor, fu oppresso per la donna sua, così io fui per te; e poi nel peccato il mondo prese. Noi due legati fummo in un sol colpo, per quella borsa d'onor ch'erasi presa sovra noi, e ciò fu cagion di nostro volgo. Ma tu parli e piangi, e fai venirci l'altrui compassione; e io non posso che, quando dubbi, pien di doglia dimmi».

Poscia che il parlar lor fu così dolce e facea sì pietà che gli occhi miei erano pieni di lagrime e non più luce, lo duca mio mi prese per mano e disse: «Or va', che questo luogo tosto sia daglio altrui conosciuto e non più incontra chiassi a parlarvi, ché qui pena è cruda». E così ce ne andammo per lo loco che 'nfin che 'l dolor parve men grave a me restai con lor, tanto ch'al cor m'affligge.