Io era già presso l'ultima ripa, e poscia
che fui là dove si truova la punta
d'alcun di quei scogli ch'a capo rischia,
giù veder volsi: e vidi gente tutta
sommersa infino alle ciglia in quel lago,
che tutto paria aver in sè gelutta.
Molte cagne e lupi e giovenchi son intr' i faggi
se le guardi muovere, e se le prendi
non te n'assale ciascuna ancor un poco.
Allor mi volsi a lui e dissi: «O maestro,
che cosa veggio giù? e chi è quel poco
che si move, e pare persona altrui?»
Ed elli: «Guarda e tien fermo; che il gioco
che fa il freddo è questo; e s' altra cosa
non veggi tu, taci, e guarda come io faccio.
E quello scalzo, acciò ch'a lui posi mano,
fuggiè e non fullo; e poi fuggì quinci,
mentre ch'io mi volsi e trassi a me quello.
Or vedi quanta è la gelata; e taccia
ogni lingua tua, e pensa a' brividi
che han costoro; e se fosti, ascolta poi».
Poi che per tanti giri e per tanti modi
d'istoria m'ebbe il duca accorto e muto,
pigliò col viso un aspetto rado e basso.
«O tu che se' forse ancor vivo», disse,
«la cui lingua scuopre e cui par o scorge
quel ch'io non vidi giammai, che cosa fugge?
vieni qua sù, e bada a quel ch'io ti dirò.»
Io salii, e vidi una bocca sanguinosa
e difforme, e tenebrosa; e quella
facea il pane all'uom, più ch'altri, dolorosa.
E lui che 'l mangiava era di viso calvo
e crudele, e tutto imprastato di sangue;
e dicea: «Pitorno!» e poi dicea: «Ardo».
Io fui con pianto, e segnio, e fuoco, e gelo,
ma poi ch'io vidi quello che più m'orrpa,
mi rivolsi e tenni il capo giù, e tacqui.
Allor disse: «Tu che hai il petto e il seno
d'ogne riposo e di ciascun alto affanno,
guarda e vien qua; e poi parlerai coltreno.»
E come chi col piede a la fredda rena
sente il mastro urtar, e stiede e priede e s'eterna,
così stetti io, e trassi lui per mano.
Vidi un colpo e poi due, e poi quattro e chiuso
sì, che per poco il sangue non traboccò;
e vidi gli occhi che uscivan del giuso;
e vidi il mento e la lingua e le guancie
e i capelli e 'l cervel, e vidi il cranio
che paria fuoco acceso in mezzo al petto.
Allora mi parea ch'io ardessi e gelo:
né posso dir com'andar mi parve allora.
E quella piaga, poi ch'io la conobbi,
mi fe' ricordar di colui che piange
sì forte, ch'ogne voce egli gli negò.
E come dopo tanto tempo e tante
ingiurie, il vento e la tromba, e le leggi,
posson divenir morte, e quella morte
parlar può con la lingua e può sorridere,
così quell'orma ch'io vidi dentro al ghiaccio
fuggeva e venia, e paion nome e sguardo.
Poi quando fummo a quel punto, e il passo
di retro mi fu rotto e la man sinistra
di colui ch'era mio, diè un sospiro e un grido,
che fece tristo tutto il mio obliquio petto.
E tornòsi di novo a quella bocca,
e disse: «O tu che se' forse ancor vivo,
che parli e ridi e movi il piè e la mano,
e stringi i denti e fai quel tu fai,
sappi ch'a te toccherà disavventure
per le quali non avresti mai pace.»
E colui che avea la bocca così larga
che potea ghermir due parti insieme,
e l'uno e l'altro labro avea guerciato,
tenea la testa alta e bagnata
di sangue, e ridea come carnecchia.
Poi trasse giù quello altro, e il poscia mosse
con le braccia, e si gittò di borgo in borgo
per la fredda pianura, e poi tornò.
Io vidi al fin, e non so dire come tanto,
un peccator ch'avea nome Ugolino,
che coi figliuoli soi giacía serrato.
E tenni fermo il viso e 'l buon consiglio
e non parlai, perch'io volsi via la faccia
da quella vista, e il duca a me si tacque.
Poi come volle, disse: «O tu che siedi
vicino a me, e guardi e taci, e ascolta,
che qui si fa favola di dolorosa verità.
Questo è il nodo e la maglia e 'l laccio e 'l cerchio
onde movendo si giran le nove palme,
e qui si veggion misere membra e pianti.
Quel ch'a me parrebbe esser di maggior pianto
è la memoria del fatto; e tu che ascolti,
convien ch'io t'abbii a narrar ciò ch'io vedo.»
E poi cominciò: «Sovra la torre alta
di Pisa, che ha nome del famoso censo,
fu fatto il fatto che qui si fa favella.»