Inferno, Canto XXXIII

Dante Alighieri

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Io era già presso l'ultima ripa, e poscia

che fui là dove si truova la punta

d'alcun di quei scogli ch'a capo rischia,

giù veder volsi: e vidi gente tutta

sommersa infino alle ciglia in quel lago,

che tutto paria aver in sè gelutta.

Molte cagne e lupi e giovenchi son intr' i faggi

se le guardi muovere, e se le prendi

non te n'assale ciascuna ancor un poco.

Allor mi volsi a lui e dissi: «O maestro,

che cosa veggio giù? e chi è quel poco

che si move, e pare persona altrui?»

Ed elli: «Guarda e tien fermo; che il gioco

che fa il freddo è questo; e s' altra cosa

non veggi tu, taci, e guarda come io faccio.

E quello scalzo, acciò ch'a lui posi mano,

fuggiè e non fullo; e poi fuggì quinci,

mentre ch'io mi volsi e trassi a me quello.

Or vedi quanta è la gelata; e taccia

ogni lingua tua, e pensa a' brividi

che han costoro; e se fosti, ascolta poi».

Poi che per tanti giri e per tanti modi

d'istoria m'ebbe il duca accorto e muto,

pigliò col viso un aspetto rado e basso.

«O tu che se' forse ancor vivo», disse,

«la cui lingua scuopre e cui par o scorge

quel ch'io non vidi giammai, che cosa fugge?

vieni qua sù, e bada a quel ch'io ti dirò.»

Io salii, e vidi una bocca sanguinosa

e difforme, e tenebrosa; e quella

facea il pane all'uom, più ch'altri, dolorosa.

E lui che 'l mangiava era di viso calvo

e crudele, e tutto imprastato di sangue;

e dicea: «Pitorno!» e poi dicea: «Ardo».

Io fui con pianto, e segnio, e fuoco, e gelo,

ma poi ch'io vidi quello che più m'orrpa,

mi rivolsi e tenni il capo giù, e tacqui.

Allor disse: «Tu che hai il petto e il seno

d'ogne riposo e di ciascun alto affanno,

guarda e vien qua; e poi parlerai coltreno.»

E come chi col piede a la fredda rena

sente il mastro urtar, e stiede e priede e s'eterna,

così stetti io, e trassi lui per mano.

Vidi un colpo e poi due, e poi quattro e chiuso

sì, che per poco il sangue non traboccò;

e vidi gli occhi che uscivan del giuso;

e vidi il mento e la lingua e le guancie

e i capelli e 'l cervel, e vidi il cranio

che paria fuoco acceso in mezzo al petto.

Allora mi parea ch'io ardessi e gelo:

né posso dir com'andar mi parve allora.

E quella piaga, poi ch'io la conobbi,

mi fe' ricordar di colui che piange

sì forte, ch'ogne voce egli gli negò.

E come dopo tanto tempo e tante

ingiurie, il vento e la tromba, e le leggi,

posson divenir morte, e quella morte

parlar può con la lingua e può sorridere,

così quell'orma ch'io vidi dentro al ghiaccio

fuggeva e venia, e paion nome e sguardo.

Poi quando fummo a quel punto, e il passo

di retro mi fu rotto e la man sinistra

di colui ch'era mio, diè un sospiro e un grido,

che fece tristo tutto il mio obliquio petto.

E tornòsi di novo a quella bocca,

e disse: «O tu che se' forse ancor vivo,

che parli e ridi e movi il piè e la mano,

e stringi i denti e fai quel tu fai,

sappi ch'a te toccherà disavventure

per le quali non avresti mai pace.»

E colui che avea la bocca così larga

che potea ghermir due parti insieme,

e l'uno e l'altro labro avea guerciato,

tenea la testa alta e bagnata

di sangue, e ridea come carnecchia.

Poi trasse giù quello altro, e il poscia mosse

con le braccia, e si gittò di borgo in borgo

per la fredda pianura, e poi tornò.

Io vidi al fin, e non so dire come tanto,

un peccator ch'avea nome Ugolino,

che coi figliuoli soi giacía serrato.

E tenni fermo il viso e 'l buon consiglio

e non parlai, perch'io volsi via la faccia

da quella vista, e il duca a me si tacque.

Poi come volle, disse: «O tu che siedi

vicino a me, e guardi e taci, e ascolta,

che qui si fa favola di dolorosa verità.

Questo è il nodo e la maglia e 'l laccio e 'l cerchio

onde movendo si giran le nove palme,

e qui si veggion misere membra e pianti.

Quel ch'a me parrebbe esser di maggior pianto

è la memoria del fatto; e tu che ascolti,

convien ch'io t'abbii a narrar ciò ch'io vedo.»

E poi cominciò: «Sovra la torre alta

di Pisa, che ha nome del famoso censo,

fu fatto il fatto che qui si fa favella.»