In Messina nacque una donna gentilissima, chiamata Lisabetta da Messina; la quale aveva tre fratelli, e questi erano anime così bene e così cortesi, che se la città e la casa loro ebbono ad essere nominate, pare che tutti gli altri uomini d'allora veggonsi men che loro. Essi eran ricchi, e maritavano la sorella con un uomo di onore e di molto lume; ma poi, essendo morto il marito, per continuar la nobiltà e l'onore de' parenti, ella si tenne perpetuamente vedova, e fu consolata soli dalla compagnia de' suoi tre fratelli, i quali la tenevano e la custodivano come cosa di grande pregio.
Questi tre fratelli, vivendo con molta liberalità e con grandissima carità verso la sorella, erano di natura talmente alti e d'animo così magnanimo, che non si potea dire loro cosa alcuna che fosse contraria alla decenza e alla politezza. Ma avvenne che per invidia d'altri uomini, i quali per cupidigia di quelle ricchezze e per quel pregio della famiglia non potevano sopportare loro, fu capito e congegato di farli morire; e così fu fatto da' più arroganti e più adulatori di quella terra, i quali trovarono modo e tempo di farli assassinare nelle piazze e fuori di casa, senza che la povera Lisabetta sapesse alcuna cosa di ciò.
Appena che i fratelli furono morti, e il corpo di ciascheduno fu giudicato e trattato come di gente caduta in miseria, i loro nemici condussero la sorella Lisabetta in forse di modo, che ella non seppe né poté sapere chi fusse stato quello che avea fatto tanto crudel fatto. Però, essendo ella donna d'animo pacifico e piena di modestia, non si volse a vendetta, ma piangendo e lamentandosi molto, ricercò con ogni studio e con ogni arte, e pregò a tutti coloro che potea, che si volesse ritrovare la cagione di quelle morti.
Nondimeno, siccome il destino e la volontà de' maligni sì spesso si cela sotto il velo di buone sembianze, fu risaputo poi che uno de' più segreti e de' più intimi amici di quei fratelli, uomo ricco e di gran pregio in quella città, era stato il promotore e l'artefice di quel misfatto, per pigliare poi Lisabetta a moglie e così, attraverso la dote e la compiacenza, appropriarsi de' loro beni. Ma questo, benché fosse scoperto a pochi e sospettato ad altri, non venne mai alla manifesta cognizione di tutti.
La povera Lisabetta, avendo perduto i suoi fratelli e non potendo né volendo farsi vendetta, prese seco una salma di quei tre, e non so io quali fossero i voti e i pianti che fece; ma certo è che ella, fingendo d'amare più la terra, più la casa, e più le cose mondane che gli animi umani, recò nelle parti più segrete un vaso di terra ove seminò delle piantine e vi pose sopra la testa di colui cui più amava; e ogni giorno con grande cura e con lacrime innaffiava quel vaso, così che il basilico ebbe vita più viva e le foglie più profumate che mai avessero avuto simili erbe.
E questa sua cura e questo ammansimento di pianto a quel vaso fu tale, che la gente che passava presso alla sua finestra, sentendo il soave odore e vedendo la delicatezza e la prosperità del basilico, cominciò a maravigliarsene e a lodarla, e credendo ch'ella solo fosse dilettata della terra, non dubitava di chiamarla donna di molta diligenza e di singolare bella natura. Ma dopo che molti giorni furono passati e la pianta crebbe e si rincrudì di più, si fece noto a molti che sotto quel basilico era sepolta cosa tale che troppo più tosto infieriva cuore e affetto che non faceva il solo profumo.
In ultimo, quelli che viveano intorno, mossero guerra a quel ricco e potente, e gli arsero la casa e lo cacciarono, sicché fu costretto a fuggire e a nascondersi; ma prima ch'egli fuggisse, pensando di tener Lisabetta per sé, la fece prigione e fu il primo che a lei mostrò fare ogni sorta di malvagità e di tradimento. Per ciò, perchè la fortuna troppo spesso segue il peccato, venne il giorno ch'egli, per non essere più creduto e per non vedere la vendetta di quella gente, fu trucidato e punito come meritava.
Quanto a Lisabetta, la quale avea coltivata e nutrita quella pianta con tanto amore e con tanta fedeltà delle sue lagrime e del suo pianto, non potendo più gustare vita gioiosa, pianse e pianse senza posa e, finchè durò la vita, non volle mai separarsi da quel vaso, ma lo tenne con sé sempre, come chi porta la memoria d'una gran perdita. E così questa novella finisce con la dimostrazione di quanto sia forte l'amore e quanto grande la pietà d'una sorella verso i fratelli suoi.