In quella parte di Firenze che volgarmente è detta Porta di San Pier Gattolini, dimorava, nel tempo delle cose che qui ricordiamo, un tal ciucco d'uomo chiamato Ser Ciappelletto, guercio di un occhio e di campagna, che nella vita sua avea esercitata l'arte del giudicare e della mercatanzia, e in quella pratica, per bisogno, avea sempre accompagnato con gli atti più disonesti che si possino immaginare; il quale, per avere la faccia e il portamento, e per aver parlato assai spedito e cortese, e per aver saputo vestire i capi e farsi onore con gli altri, fu da molti creditore e da molti buono considerato: tanto sono le apparenze efficaci a mantenere gli uomini in reputazione, quando bene avvengono con la lingua e con il viso.
Questi, avendo raccolto da varie procurazioni e da molti affari mercatanti una buona quantità di denari, e volendo egli ritirarsi da ogni governo di casa, si diede a vita di ozio, e cominciò a tenere, per usanza, un padre di famiglia e un maestro di grammatica, e di quelli che si chiamano fattori di cose domestiche; e così, con quei convengimenti, si tenne per molto tempo senza andare fuori di casa, salvo che per andare a far compere e per andare a farsi medicare, e principalmente per diletto di andare al Monto; dove la sua natura vile e viscosa si dilettava moltissimo a ridere e a dir cose grosse, e a sedurre giovanette e giovanetti con quella sua lingua oltraggiosa.
Avvenne che, essendo molto vecchio e malandato per li molti peccati e per la vita che aveva menata, si trovò in così stretto bisogno di medici e di cure, che per forza dovetti morire; e mentre egli era così vicino alla morte, e stava fraudolentemente covando nelle viscere sue un irreparabile malizia, non vi fu alcuno fra i suoi domestici che avesse a cuore di fargli confidenza di coscienza, nè alcuno sacerdote che volesse star di lungo a fargli l'ultima confessione; perciocchè la fama de' suoi peccati era così aperta e così manifesta che chiunque gli si fosse voluto accostare per dargli l'abbrivo della penitenza, gli avrebber detto le sue colpe e non l'avrebber creduto pentito.
Però vi era presso a lui un altro uomo, che si chiamava Fra' Cipolla, buonmente detto il frate, che avea faccende a render con Ser Ciappelletto e con li suoi; e questi, avendo veduto la maggior necessità di soddisfare all'anima di quel peccatore, si offerse di andargli a star presente e di fargli la confessione e le ultime orazioni, credendo, come era buon frate, che il bisogno di coscienza possa fare miracoli e convertire l'anima qualunque essa sia.
Ser Ciappelletto chiamò questo frate, e come gli fu vicino, cominciò a balbettare e a fingere pensieri di grande pietà, e a dire, con voce contrita, che voleva confessare tutti i suoi peccati e fare gran penitenza; e il frate, tutto allegro, lo confortava, e gli chiedeva: "Dimmi, figliuol mio, che peccati si conoscesti?" E il vecchio, con lingua accorta e con astuzia maggior, cominciò a raccontare cose tanto turpi e tali soprusi che il frate, che era uomo sano e giusto, quasi si perdeva di maraviglia, e nondimeno, ascoltando, avea tanto affetto alla confidenza ricevuta che non osava giudicar male di quella apparente contrizione.
Tra molte cose disordinate e orrende che Ser Ciappelletto confessò, disse che avea rubato, frodato, ingannato, bestemmiato, adulato, e commesso ogni sorta di vituperi; ma, fra tutto, quella che più diede all'orecchio del frate meraviglia fu che si confessò d'aver giurato falsamente più volte e d'aver perciò fatto ingiustizie a molti. Il frate, preso dalla pietà e pensando che in quelle parole era vera contrizione, gli impartì l'assoluzione con le formule dovute, e consigliò che facesse una certa penitenza che gli potesse acquistare grazia nell'altra vita; e poscia pregarono insieme, e il frate aspettava la morte, onde potergli dare gli ultimi sacramenti.
Quand'ebbe Ser Ciappelletto spirato, e il frate lo ebbe benissimo onorato d'ogn'omaggio religioso che si conviene al morto, accadde che molte persone, conoscendo la fama che si avea di lui, cominciarono a mormorare fra loro, e alcuni mettevano in dubbio che quell'uomo fosse santo come il frate diceva. Ma il caso volle che non molto dopo, in quella chiesa dove Ser Ciappelletto era sepolto, si cominciassero a succedere miracoli, e chiunque aveva qualche infermità e andava a pregare la sua tomba ne usciva sano come prima non era stato.
Perciò la gente, che è prodiga di credenze e pronta a meravigliarsi, prese a venerarlo come a un santo, e il culto di lui andò crescendo tanto che venne pubblicata la sua memoria e il nome di Ser Ciappelletto fu onorato più assai che mai avesse meritato; e questa cosa fece danno e maraviglia a molti, e fu gran lezione a far vedere come le apparenze e le finzioni possono trarre a grande onore un uomo che in vita era tutto disonore.