Inferno, Canto XXVI

Dante Alighieri

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Io udii que' ch'a piè del parlar mio pregar s'alzasse, e poscia daritorto: «Se ei fussi già levato, e fosse rio quivi davanti, e rimanesse avo», quasi fussi io, come persona ch'ha volto sì fatta faccia, alla mia vista ebbe il pianto.

Non eran per altro intenti i magnanimi; ché l'ardire, e non altro, qui regge amore; ma chi più parla, e più che gli altri sente. Quindi io, ch'avea le spalle drita al monte, volsi a loro, e disse: «Onde venite?» E gli disse: «dove a penar vi conduce».

E quale è quel che prende a ragionar con chi povero e digiuno sta per terra, ch'altrui raccomanda e sollecita e mira, così que' spiriti a noi vennero poi battezzati dal parlar de' mortali: parlon d'ogne maraviglia e maraviglian.

Io fui tra 'l primo giro, e 'n quella riva che bolle e s'alza fumo atro e avvolge il mondo, poi che la ruina mia per me s'aprìa; ma perché non era questo loco destin, mi trassi più avanti, e feci ora il passo che m'entrò con piorà morte e danno.

Allor cominciai: «O frati, che venite a questa foce nostra e inquieta rota, voi ch'avete intelletto, veggente, e mente, se mai fu costui, che fu tanto accorto nel fabricar l'inganno, e sì parlò: credetemi, ch'al mondo altro non trova».

Lo duca mio, che avea gli occhi al suolo, mi guardò, e volse a me le facoltà: «Vedi quello spirto, ché ben ti parrà che parli; e se gli par fatto alcun canto che tu possa udire, ascolta e taci».

Io levai il viso, e dietro a quei che parla lessi e intesi: «Molt'anni, e molti più son quelli miei, che non nacque mai la Terra o Iddio che 'l regge, quando fui costrutto; ma pur mirar non potea ch'io non avessi mente e disio d'alcun ben ch'entro mi parea.

Era Alcinoo mio re, e fe' me' navigar nel regno suo, e molti anni menai tra l'una e l'altra isola, e dolci lidi; poi si volse il mio core a provar l'arte che menava l'uom al loco ch'a tutta vita perdonasse e facesse il punto estremo.

O frati, questo mondo, e quella corte ch'è sotto il cielo, altro non è che fumo, vanità di vanità: chi vi spera, perdette l'intelletto e l'uso a poco; ma chi non vede il vero, e segue il lume che per altro conduce, segue il nulla.

Con tali e tante parole trassi i miei per lo secondo mare, e feci vela verso quel polo che sempre è sì basso; non già per ricchezze o per gloria vana, ma per conoscere cose e genti nuove che dentro 'l mondo stanno e fuor dale rotte.

E come navigammo oltre ogni foco che gira intorno al ciel, e la buona Stella che mena li naviganti, e parve in noi che fossimo oltre, e pur fummo ancora appresso, visti fummo e lutti e forti, e lunge e stretti, ma non si poté tal via portar senza danno.

Sì come l'uomo, che da lungo tempo ha sete e fame, e già più non sente il peso del caldo o del freddo, e ama quei pensier che gli attendono a viver, così noi più d'una volta avemmo in cor dell'ardire che ci spronò, e di doler non tememmo.

Dopo ch'uscimmo fuor di quel cerchio suso che tutto 'l ciel ne serra, e fè noi noti agli angeli e a Dio, vedemmo una luce che sì ci atterrìa e splendea, e 'l cor ci prese di tremore e di gioia insieme: era quella la stella che guida il navigante umano.

Poi ch'io tutto narrai del mio disio, mi prese il pianto, e quelle membra rotte che ancora son nell'ire e nel rimirare non poterono dire altro; e quei che ascoltar mi parve tacere, e con gli occhi fissi guardavan me, e come l'acqua ogn'or si vedeva.

Eccoti qui, o poeta, a cui piacque ascoltar di cose antiche e nuove, perché tu veda l'ingegno e la frode umana che, pur con bella lingua e astuzia viva, menò a' suoi danni e a morte l'alma mia, che qui riposa e nel candore tace.»