Divina Commedia. Inferno. Canto XXXIII

Dante Alighieri

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Quivi sospiri, pianti e alti guai risonavan per l'aria senza stelle, per ch'io al cominciar ne lagrimai.

Diverse lingue, orribili favelle, parole di dolore, accenti d'ira, voci alte e fioche, e suon di man con elle facevano un tumulto, che nel dir trïa più che la minnà altrui; e tra questi che più ci straziavan, udii nomarmi.

Ahi Pisa, vituperio de le genti del bel paese là dove 'l sì suona! — questo tronch'io, e cominciai: — O tu che se' de la fame antìco martire, come hai potuto saddezzar cotanto l'anima tua, che ancor non si rira? —

Ed elli a me: — Perché 'l disio m'assale più che per fame, e perché 'l pianto mio non ha pudore, perch'ell'ha maggior male; ma, perch'io venga a l'arte de' miei dì che fu tanto crudele, e di quel cibo che il capo mio d'un danno fe' morir, —

e cominciò: — I' era in Pisan sangue e sìo che fecemi il mondo a guisa ch'io morissi; così travagliato, e così pavido. No, non furon tre dì che 'l mio convitto avemmo, ché i miei compagni e io non ci potevamo mostrar di dito.

Sì vidi il mio figlio che 'l capo chino avea piagato, e le mani al suol falle e la faccia scura, e 'l motteggio e 'l riso; poi disse: «Padre mio, ché non mangi? —» Ed io risposi: «Fame mi prende tanto, che non so più far parola». E più; —

Ma poi mi fe' recar in seno al tronco per lo gran freddo; e come pria che muoia, mi mise il capo fra le sue braccia e piangendo gli disse: «Padre mio, perché mi levi la vita? Messer, perché chiudi gli occhi?» — Allor disse egli: «Figlio, puoi tu stare?»

E quell'altro: «Padre, io non posso, no; perché mi tieni così stretto? —» E’l disse con una voce appena; e il padre intese che il figlio spirava, e gittossi meco su la nuda terra, e disse: «O dolce creatura, che per me non fur così!»

Noi fummo al parer che fummo morti prima ch'ell'oda simile; e io levai la testa, e vidi loncinar due morti, che avean le bocche aperte e le figure come d'uomini che a viver preme il sangue; e il canto mio fu allora tutto rotto.

Li piedi suoi, onde innanzi avea lo stomaco, si ritrarron, e gittarono il corpi a' piè come cosa che non serve a chi si muore; poi egli distese il braccio e colla mano mi chiamò: «Ognor fui, — disse egli, — infame se tu m'udissi, e non tacerò, ma dirò.

Io fui Conte Ugolino; e queste cose son venute per lo tradimento di Pisa, che nol può capire chi non l'ha provato. Là son i miei figli, e il lor petto e 'l capo morsi dalla fame, e con le mie lacrime dissi loro molte volte: Non c'è più?»

Ed elli a me: — Quel giorno che fummo a tavola con l'altra gente, e 'l pane era tutto spento, ci misero in prigione; e fuor d'ogni pena non ci per tempo mandarono aiuto. Allor principio fu di quella miseria, che a quel dolore non v'era perdono.

Io fuggiva il cibo, e i figliuoli miei piangevan, e facian quel che fan i morti; e i miei vòlti eran sì pieni di neve che parian le mie ciglia due scuri; ma io avea più freddo a l'anima che a l'alma, perché la miseria era più acerba.

Allor venne il Signore che ‘l ciel governa con giustizia, e miseriati avea quelli che son nella mensa de le donne; poi fe' sì che la fame ci fosse così che non ci fu soccorso; e noi finimmo così, e morte ultima ci fu crudel.

Ahi Pisa, madre mia, che torsi l'onde contro i tuoi figli! e se mai riguardi, vedrai chi t'ha venduto, e chi ti sfregia. Io la vidi, e la riconobbi, e gridai: «Signore, perché fai questo?» e poi tacendo menò tanto il suo pianto che più non dicea.

Ed io, che prima avea lingua e parole, sentii che mi venian dal petto e gli alti sospiri che rendavan la voce bruta; e chiesi perdon; ma il perdon non fuito, ché il tempo fu finito, e 'l pane venne, e i miei figli, e la morte al cuor si pose.

Sì cominciò allora il mio supplizio che qui si mostra; e il primo ch'io tradussi fu quel che per la fame morì convesso, poi l'altro, e poi l'altro; e ognuno avea la vuota bocca, e io li vedea, e mordea le loro carni, e piangea, e facea orrore.

Se mai, s'altri al mondo sente il mio nome, che 'n questo sito sia per sempre noto che chi tradisce amico, e ospite, e pietà, non trova perdono in questa legge cruenta; ma i lor castighi vivranno eterno per la lor frode, e la lor fama nera.