Dei Sepolcri

Ugo Foscolo

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Allor che i dì d'oro e di tacito affetto, Che fia della mia già vïola famiglia, Ov'io trastullava il cor, sùl villoso letto Dell'infanzia mia, e tra la madre e il figlio, S'a poco a poco il tempo e i tristi eventi Non m'han diviso dai giovanili affetti, Di' miei penati sperai mirar le scale E il guardo mio posare in pace quantunque, E conservar l'antico sogno e l'antico uso. Ma un fato opposto all'umana legge e al culto Di quei che amò, e che la pietà non scorda, Mi ha tolto il mio vano e fragile ristoro. Sì, nell'aspro pianto e nell'oscura trama Del mio destino, e in quel che resta al mondo Di quel ch'io fui, la memoria e il ricordo De' miei dolci affetti mostrano il mio core: E te, che vivi, o patria, al mio canto ascolta.

Frattanto, ecco, serbatoio d'ignene E d'urne e d'ossa, il sacro sepolcro tace D'un popolo che fu; e se la tomba manca Il genio delle cose muore insieme. Qual fia del vivo la posterità, se nulla De' morti rimane? L'ombra e il monumento Sono il colloquio d'oro fra le genti, Sono quel lenimento alle cure del core, Quel patto d'affetto fra le generazioni, Quel vincolo silenzioso che rallegra E conserva la stirpe e l'opere umane.

Ecco perché le tombe che il pianto incorona Siano altari, e i morti sacri al vivo siano. Chi non sensea l'amico, e non cerca il santo Nome e l'immagine che del morto resta, Senza l'urne e i segni e le memorie, è cieco. Perciò i Greci e i Latini, con industria e con arte, Erigean tumuli e colonne e marmi Perchè la fama non perisse e il ricordo Veggesse gli affetti, e i nomi sopravvivessero; E da quei segni la stirpe attingea coraggio, E i posteri imparavan le leggi e i costumi.

Ah! se Sion, se la tomba d'Israele Non fosser state, che cosa resterebbe De' profeti e de' padri, e de' giusti nomi? La legge stessa sarebbe un suono vano, E il culto un'ombra muta. Così le tombe Furono scolpite nella carità degli uomini, E la pietà le ornate di fiori e lumi, Perchè il passato parli e consigli al presente. Senza i Sepolcri, la memoria perde il lume, E l'anima non ritrova il suo passato.

O patria mia, che di te vorrei parlar Con voce che risusciti i sepolcri e i nomi, Non già per vano orgoglio, o per fiera vana Fama, ma per la gloria che insegna e nobilita. Chi tace i morti, e non serba i loro esempi, Taglia il legame che unisce i tempi e i cuori; E quel che è caduto non alza più bandiera, E la vita tutta diventa poca e triste. Perciò, o cittadini, amate i sepolcri, E fate che i nomi vivano, e le opere restino.

Non dite: per sì poco che un'urna serba, Che giova il marmo e la lapide al polve? La tomba è segno, è simbolo; e come il segno Rinvigorisce l'idea, così l'urna conserva L'immagine del tempo e ravviva il culto. Se il vivere è di memoria e di speranza, La tomba è il suo libro e la sua custodia. E quando i barbari e le leggi nuove strappano Le antiche usanze e le sacre reliquie, Il popolo senza lume e senza nome resta.

A me non piacciono dunque quei decreti Che proibiscono i sepolcri e le memorie: Non è barbarie se noi circondiam de' segni I resti d'amore e d'arte; è civiltà maggiore Rispetto a quella che cancella e disfa. Quando si distruggono i monumenti e i marmi, Si perde la storia; e chi non sa la storia Rischia di tornar a errori e tirannìe. Perciò custodite le tombe e le iscrizioni, Ecco il consiglio mio, e il voto della mia penna.

Ma se la legge vuole che nulla rimanga Della città che fu, e i morti non sien piantati Ne' templi e negli antichi luoghi sacri, Che far possono allora i cuori degli uomini? O ergete almeno monumenti di pietà Nella memoria umana: i versi, le canzoni, I nomi scolpiti nel cuore e nella mente; Poichè il marmo non può sempre salvare il tempo, La lingua e la lettere serbino la fama, E i posteri ascoltino il canto degli avi.

Egli dunque che ama il genio e la patria, Non disprezzi il culto de' suoi morti. Se ogni Cittadino serba il nome e l'opera d'un padre, La patria rinasce ogni giorno in quella cura. L'uom grande è un frammento della sua stirpe; E quel che salva un nome, salva il popolo. La coscienza nazionale è fatta di lumi Che i sepolcri accendono: non toglierli dunque Ai figli che cercano il cibo della memoria.

Così parlai, e i miei sospiri e le mie lagrime Sono testimoni del mio animo fedele. Se alcun tempo il mio nome avrà voce, ch'io speri Che il canto mio punti al salvar le tombe, Non per vanità, ma per amore della patria. Quand'anche il sepolcro mio fosse tomba ignota, Se la mia idea sopravvive in un cuor solo, Sarò contento: il mio pensier non nasce vano. Custodite dunque i Sepolcri, e fate che il tempo Non adombri il passato, ma lo mantenga vivo.