Pianto antico; San Martino

Giosuè Carducci

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Pianto antico L'albero a cui tendevi la pargoletta mano, e il viticcio del pomario aveano una lenta rugiada su le fronde; e l'ombra piccina alla tua fronte vera da' miei capelli era penombra. Quel poco che pur resta di te, nel petto mio, è come una stella. Non piangere: il pianto del tuo piccino si posa su le cose, e le rende chiare. Quale che sia la tua vita, amore mio, non più di quel che fu, non più di quel che sarà, sei muta; e il tuo respiro è fioco e breve. Il pane è duro e la notte è lunga. Ecco: si spande in capo al colle la luce che si spegne; l'ala ormai stanca dell'anno battendo cade, e l'ombra è lunga. La mano mia trema; io non chiamo te con voce alta; io t'amo come un mortale che non può piangere e non può sperare. San Martino La nebbia a gl'irti colli piovigginando sale, ed io bucato il capello e parato il colletto, mi volgo a rimirar le mie mani: che lor lavorar non vedo certo, ma sento il peso, le sento vieppiù pesare. Fischia il vento: tra le fronde mormora l'autunno; e l'acqua scroscia giù per la valle, tra i sassi, ed è già sera. Sul piano non suona più il calpestio dei cavalli; restan le vie deserte, le case, e un filo di fumo sale lento, e si perde nel cielo. I pampini son rossi; raggiono ruggenti i grappoli; e la vigna pende sola, e il grappolo cade e rotola, ed è bruno. E il contadino sente l'odore della terra, e i cani abbaiano lontan nell'aia, e l'osteria apre il fumo, e la gente va a sedersi: chi parla piano, chi tace; e l'ombra si allunga. Io camino, e penso alle cose antiche, alle feste, ai canti, e al suon delle zampogne; ma il cuore mio geme e sente che giunta è l'ora dell'addio. E mentre il vapore sale dalla terra umida, e la campagna s'addormenta, io vado pensando alla città lontana, e a chi più non tornerà.