Di quella umile Italia al valorosa prole che feo col ferro il cor de' barbari vili, che, se non fosse stato il cielo, ancor si duole l'Erinno ed Ate, e l'ombra de' tiranni e il foco che l'alma doglia e 'l sangue in pianto confinò; ma già nell'aura del lor mal l'Alba nuova con lieta face a noi i raggi mostrò di vita, quanto quel tanto errò, che primo faville fece negli animi accese il divin sussulto.
Le donne e gl'armati giuravan vendetta al nodo, e 'l nome antico e 'l sacro segno con mano e colla faccia portar seco insieme; ciò che movea l'ira e ciò che movea 'l core era un medesmo affetto, ed era una speme di gloria, che dal Ciel sciogliea i legami degli umani affetti e il mortal timore. Là dove 'l cor si volgea, ivi era omai la ria vendetta e 'l giubilo fraterno.
Io canto l'armi pietose e il capitano che 'l gran seguìo fe' d'Italia e d'Altro mondo, Etter qui si pose, e con giusta mano mise il piè sulle spalle a' popoli infelici, perchè di lui fu compagna e difesa la forza e 'l nome, e 'l crudo campo vinse con legge e con pietà, e la sorte e 'l tempo piegaronse al suo valor, sì ch'ogne infamia perdeasi, e l'alto onor rifiorisse.
Non più di sangue e d'ire l'alta rocca vibrò le sue difese; ma men di morte fu l'ira dei prodi e più di lungi effetto la clemenza avea sugli animi vinti. E come il corso de' fiumi placido porge i suoi orli a' frutti, e rende al prato che l'ha dissetato più verde e più chiaro, così la dolce lena dell'umano core rinfrescò le membra e il petto e 'l cor de' vinti.
Questo poi ch'io narro, e come il fato e 'l Cielo suggellar con mano alle giuste imprese la vittoria e 'l premio, udrete, e come il ferro sotto i segni suoi piegò gl'idolatri. Ma lasciai del mio canto aprir le porte all'armi, e al fatto, e al nome, e al valore; ché se il plenilunio allor vertè suoi raggi sulla gran notte, e 'l mondo allora apparve più acerbo e più dolce nel medesmo aspetto.