In quei tempi, come si sa, in Firenze stette grandissima peste, della quale fu molta memoria fin oltre la città; e per tanti ed altri accidenti, in luogo di quei duecento e più signori, della casa de' Bostichi, che furono nelle feste di carnevale, quand' ella prese, rimasero i dieci de' più giovinetti, e questi si ritirarono fuor della città verso certi castelli della campagna, ove dimorando si sfogarono a cantar novelle di diverso argomento per passare il tempo con piacere.
Fra gli altri racconti che si facevano, fu pregato Filostrato che dicesse qualcosa di piú grave, e così cominciò a parlare della vita di Ser Ciappelletto. Diceva egli che negli anni avanti, in Firenze, era stato un uomo di mala condotta, nome Ciappelletto, figliuolo d'un caprai, il quale, per potere grovigliare e frodar la gente di campagna, si era fatto notaio e poi mercatante, e con molte fallacie, e con falsa prudenza, e con ogni altro inganno, avea guadagnato assai; e per quanto la sua vita fosse ignominiosa, però avea tanto ingegno e abilità che era capace a far ogni cosa che gli convenisse.
Stando certo anno malato, e sentendosi vicino alla morte, perché avea paura che el confessore gli dicesse le proprie colpe e che così i frutti dell'inganno rimanessero per sempre scoperti, volle chiamare un uomo dabbene e pia, e gli disse quello ch'egli avrebbe voluto venisse al suo letto. Venuto il religioso, ch'egli scelse, e che era un buon frate, e chiamatosi Ser Ciappelletto, incominciò come segue la sua confessione, ma con tanto d'inganno e d'arte, che il frate ne fu meravigliato e alla fine, credendogli ogni cosa, lo tenne per santo e miracoloso.
Ser Ciappelletto, dunque, dicendo al frate di essere stato uomo senza macchia e di aver fatto ogni atto di pietà e di carità, raccontò cose inverosimili: che avea assistito poveri e pellegrini, che avea fabbricato chiese e oratori, che mai non avea bestemmiato né peccato grave. Perfino gli narrò di aver scacciato un demonio, e di aver veduto visioni celesti; e tutto ciò fu detto con tale ardore e con tali particolari che il frate si convinse ad ascoltarlo come a un uomo sopra naturale.
Alla fine della confessione, Ser Ciappelletto gli chiese uno consiglio e la benedizione. Il frate, attonito e pieno di devozione, gli diede gli ultimi sacramenti, lo benedisse, e lo raccomandò alla misericordia di Dio con grande fervore. Poco poscia Ser Ciappelletto morì, ed il frate, e la famiglia, e la vicinanza tutta, avendo udito quelle parole, lo tennero per santo; e vennero gente da ogni parte per pregare presso la sua tomba, ed esigevano misericordia e miracoli.
Si sparse però la fama che perciò la gente di fuori, avanti ch'egli morisse, fosse stato confessato e avesse detto quelle cose. I parenti, non volendo che alcuno facesse scandalo e rovinasse la memoria del defunto, tacquero, e la leggenda crebbe; e così nacquero pellegrinaggi e devozioni, e la storia di Ciappelletto rimase come nube di santità per lungo tempo.
Così Boccaccio conclude il racconto per mostrare come l'ipocrisia e l'inganno possano mutar la fama, e come la avarizia o la paura possano condurre gli uomini a travestire la verità, acquistando un onore indebito; e lascia intendere una beffarda morale sulla fragilità del giudizio umano e sulla facilità con cui le apparenze si prendono per realtà.