MIRANDOLINA. — Vado, vado, vado; non so più quel ch'abbia a fare. Da due ore non ho un momento libero: ho corso, ho scritto, ho spedito, ho vegliato, ho fatto mille commissioni, e intanto qui è venuto un signore, e poi un altro, ed un terzo, e tutti mi han chiesto del padrone; ed io gli ho detto che era in Corte, ed ognuno ha voluto entrare, ed ognuno ha detto: «Mandatemi il conto, signora». Oh, signori! bisogna esser sempre contenta; bisogna ridere, bisogna salutar, bisogna andar dietro a ciascheduno, bisogna servir! È una vita! se non fossi così in gamba, avrei già perduto la testa.
MIRANDOLINA. — Il padrone ha saputo benissimo ammaestrare i suoi domestici: «Siate contenti, disse, e sarete felici.» Io l'ho ben capito: ma questo contento avrà la sua disgrazia. Sono già stanca a pensarci. Io dico una parola, e subito mi rispondono con una smorfia; faccio un gesto, e subito mi fanno una scappellata; mi chiamano signora, e mi ridono alle spalle. Se il mio cuore fosse duro come la pietra, non mi sarebbe toccato; ma, in vece di essere di pietra, è di burro, ed ognuno vi si frega le mani.
MIRANDOLINA. — Il cavaliere d'Inghilterra, quel buffo personaggio, è venuto oggi; s'è messo in un angolo, ha guardato, ha annusato, ha storpiato i baffi; e quando gli ho chiesto se voleva pranzo o cena, ha fatto un inchino così basso, che mi hanno rotta una bottiglia. «Signora, se fa il favore», ha detto. Gli ho fatto portare il brodo; ed egli, con quella contegno, s'è messo a mangiare come un orso, e non ha voluto nulla altro. Poi il marchese di Forlimpopoli è venuto con quella sua aria da gran signore; e quando gli ho detto ch'era desolato di veder pochi amici, ha detto: «Figliuola, non vi affliggete; i miei affari sono altri; ma passerò più tardi.» Ed è partito, lasciando sulle tavole una borsa piena di biglietti di banco che non valgono un quattrino.
MIRANDOLINA. — E poi quel cavalier servente, che si crede un uomo d'onore! È venuto stamane con un cappello nuovo, tutto vezzoso; si è messo a sedere vicino al mio banco, e mi ha detto: «Signora, volete avvicinarvi?» Io gli ho risposto: «Signore, se aveste più rispetto per voi, forse avreste più riguardo per me.» Ma egli non si sente, e fa il buffone; dice cose così ridicole, che finisco sempre con lo ridere, e poi me ne pento. Vorrei saper come potrò fare per tenerli in buon umore senza dar loro troppa speranza.
MIRANDOLINA. — Ah, se quel mio padrone fosse qui! Sa regolare il mondo; ma vive in Corte, fra le sue carte, fra i suoi affari; e qualcheduno dice ch'è scaltro; altri che è parsimonioso; altri ancora che è rispettoso. Io non lo so, so ben una cosa: che se mi lasciasse fare a modo mio, l'albergo andrebbe meglio di come va ora. Ma bisogna essere obbedienti; bisogna far come si ordina; eppure, se qualche volta mi avventuro a fare un passo più ardito, ecco che mi viene addosso tutto il vicinato.
MIRANDOLINA. — Basta, basta; non voglio più pensarci; andrò a far quel che ho da fare; vestirò la tavola, darò gli ordini alla fantesca, guarderò se le stoviglie sono pulite, farò in modo che tutto sia a posto; e se qualche signore osa far l'amoroso, avrò cura di lasciarlo parlare, e poi riderò alle sue spalle; e se egli si offende, gli dirò: «Signore, se vi ho dato speranza, questa è colpa vostra.» Ah, come è dolce il potere di avere un uomo innamorato di noi, e poterlo tenere a volontà! Ma adesso basta: via, via, lavoriamo.