Canzoniere: Sonetto 1 (Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono)

Francesco Petrarca

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Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono di quei sospiri ond'io nudriva 'l cor quando era in vita il mio primo ardore, lodate 'l mio parlar, ché più non posso; ché se qualche cosa di dolce e d'amore venne a' miei versi dal parlar fiso e duro, non nacque allora, ma venne poi a loro da quella fronte, onde uscì 'l chiaro oblio.

Io già fissava il core e voltava il viso a lei che 'n animo mi regnava, e già l'occhi miei prendean figura e forma di lei: ma quel veder, quel guardare, e quel parlar ch'al cor ridona vita, a lei non fu dono, ma fu dono a me che ne parlai.

Ché se tal volta un canto o dolce accento per grazia sua favella o vien meno, a lei non giova, ché non conosce il frutto; a me sol giova, ed a chi leggerà quel dolce dire, che in donna fiso avea il core e l'affetto.

E però se 'l mio parlar presso a' mortali valse alcuna cosa, non fo certo ch'ella ne potea gioire, ché era ancor viva ed incognita alla fama; e se mai loda alcun, loda il mio parlare, no la sua bellezza, ché di lei nessuno disse, se non dopo la morte, le lodi ch'io m'avanzai.

Se piacer poté star ne' miei versi, nacque dai lamenti e dal pianto mio; e se tal volta par che dolce suono uscisse a' miei sospiri, fu perché il cor mio tutto era pieno di memoria e di dolore: così al suono mio venne grazia e vita.