Inferno, Canto V

Dante Alighieri

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Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l'etterno dolore, per me si va tra la perduta gente. Giustizia mosse il mio alto fattore; fecemi la divina podestate, la somma sapïenza e 'l primo amore. Dinanzi a me non fuor cose create se non etterne, e io etterno duro. Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate.

Queste parole di colore oscuro vid'ïo scritte al sommo d'una porta; per ch'io: «Maestro, il senso lor m'è duro».

E quella persona a me: «Qui si convien lasciare ogni sospetto; ogne viltà convien che qui sia morta. Noi siam venuti al loco de la piuma, ove volte dubbio e tre volte scuro, ove volte velato e tre volte bruma, che 'l ciel fa tremar per lo suo fulgore: qual è lo stato ond'è la gente ignuda, che piange e chiagne e mai non sente more».

E 'l duca mio: «Questi son coloro che visser sanza 'nfamia e sanza lodo; ché la lor vita fu cieca e il mondo è muto. Misericordia e giustizia e buon core no mi permettono d'udir lor nomi, perché la lor mortal vita fu d'errore. S'alcun di loro fu di gran valore sì che la fama sua lo nomò mai, con ciò non puote entrar nel mio parlare».

E io: «Maestro, che è quel ch'a lor cade quella tempesta infernal che mai non posa?».

Ed elli a me: «Quei che muovon quelle piagge son cose che qui giù non si possono dire; ma perciò è giustizia che lor no 'n gloria, che l'ardor de le passion le trascina con violenza a ciò ch'è lieve e vano. Quivi vedrai gente che par bella e non è, che tutta è fatta di leggerezza».

Io venni fra lor e sente' traendo un vento che mai non posa o non si quieta; per ch'io fui preso e porto via da loro. E come i colpi di vento ognun chiede la foglia e 'l fiore e 'l piumaggio rompe, così quel turbine i nostri vestimenti mi strinse e volse e portò via lungi. Poi ch'io fui pien di quel tormento e senso, giunsi al piè d'una roccia ogni dove era la via più buia e ogni orma fuggia. E vid'ì un gruppo e 'n mezzo una donna con gli occhi pieni di pianto e di colpa, lo viso tutto smunto e il passo lento.

Allor si volse e detto: «O donna mia, Francesca, che mi chiami? cosa vuoi?».

Ella a me: «Se l'uom tuo ben t'adempia la carità che a te fu raccomandata, che 'l cor m'avea spento e 'l mundo tolta, prendi, se puoi, da me quel che tu chiedi. Noi leggevamo insieme, e quel leggere fu per noi conforto e cagion di dolcezza; ma poi che l'amor che il cor ci tolse insieme ci vinse e fece tutto ciò ch'è fatto, non c'è più fede in cor che ci sovvenga».

Poscia che 'l dolce lor parlare era più assai che dolce, e 'l piacer lor ci guata, quella voce sola che fa morire mi disse: «Amor, che nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m'abbandona. Amor, che a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m'abbandona».

Ond'io urtai sospirando e dicei: «Francesca, i tuoi martìri movon pietà; ma dimmi: come, e quando, e perché questi due, così insieme consumati, fur presi in quel dolce affetto che tolse lor vita?».

Ed ella a me: «Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore. Ma se a ciò che ti grida il cor si scioglie la tua curiosità, io vo' dirti il fatto di quel che fu la nostra rossa morte. Noi leggevamo un giorno per diletto di Lancillotto; e come il libro dice l'amore che 'l principe avea per la dama, noi due insieme fummo presi dal canto che a lui facea piacer; e tal era il vanto che il cor ci trasse in quella dolcezza che tutto ci spinse a quel ch'è nullo e vano. Quando da quel parlar dolce il cor fu pieno, la bocca mia si mise a baciare quella che 'l libro e 'l nome e tutto ciò che v'è dentro. Sì presi fuor la lingua il primo accento che 'l vecchio amico a noi facea dire; e 'l bacio fu tutta vita e morte nostra».

Quando quei due amanti ebber veduto che 'l peccato lor avea fatto lor danno, allor si sentiro d'ogni piacer fallito. E 'l turpe furore li congiunse insieme; ma il mio disio fu messo al suo termine quando 'l ghiaccio del tempo ci divise. Lo mio maestro taccia e piangea; e 'l vento che qui fa torre e qui fa stormo e piange, ci facea andare e venire senza posa. E quella donna a noi: «Povera gente! Voi, che avete il cor del mondo intero che più che voi non può esser pacienza, volgete le ciglia e guardateci».