Decameron — Giornata Quarta, Novella Quinta

Giovanni Boccaccio

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In Messina era una gentil donzella chiamata Lisabetta, figliuola d’un certo Maso di Rinaldo. Questi era di famiglia ricca e di buona condizione; e perché vivea lungi dalle troppe cure e molestie del mondo, tutti l’appellavano di buona fama e di gran onore. Ella per bellissimo aspetto e per semplicissima condotta era graziosissima, e per ciò molti giovanetti la corteggiavano; ma ella amava un giovanetto della sua terra, che si chiamava Lorenzo, e con lui avea fatto segreti e sommessi amori.

Il padre, e gli altri suoi, saputo il fatto, e temendo che la relazione potesse nuocere alla fama della casa, e considerando di badare alla carriera ed all’avvenire della figliuola con più conveniente partito, mandarono tosto ad accostarle alcuni ricchi parenti a cui la volevano dare per moglie. Lei, che avea già inclinazione a Lorenzo, non volle ubbidire, e per ciò le fu tolta libertà di conversare e di uscire: più volte la fecero starchiusa in casa, e con ogni riguardo la tennero. Ma niuno di quei parenti, né alcun altro che fosse stato dalla famiglia inviato, mai potea cavar parola da lei a favore de’ loro disegni.

Allora, non potendo i parenti ottenere quello che volevano, e volendo ancora per forza impedire la relazione con Lorenzo, fecero che i due giovani fossero in uno e lo stesso giorno uccisi; e, avuto intenzione di farne spargere la voce ch’ella fosse diventata vedova, tramarono di occupar le sue notti e i suoi giorni con sì gran afflizione che ella invano cercava soccorso. Però la cupidigia e l’ambizione dei parenti l’aveano tanto asservita, che non v’era altro rimedio a lei che soffrire.

Lorenzo, dopo che fu a tal modo per tempo tolto alla vita, fu seppellito nella chiesa dove i parenti aveano disposto; ma Lisabetta, non per timore de’ parenti, ma perché l’amor che avea portato al giovane era sì grande, che ogni sentimento terreno sembrava a lei poco, non poté soffrir la perdita, e così prese risoluzione di non fare alcuna festa né di risposarsi. Ogni notte ella andava alla sua finestra ad ascoltare e a piangere; e così per più giorni e più mesi stette, consumandosi per lo dolore.

Finalmente, volendo ella vedere il corpo dell’amato più di frequente, e non potendo per altro modo ottenerlo, perché i parenti non volevano lasciarlo schiudere, risolvette con sommessi ingegni e con discreta astuzia di sottrarre la testa del suo Lorenzo, per poterla aver presso a sé. E così, una notte, quando con poca gente e con poca cura era la chiesa aperta, ella, con qualche corda e artificio, poté cavar fuori il capo del giovane, che avea mantenuto ancora buona e intera sembianza, e l’avvolse in un panno pulito, e lo portò a casa.

Poi, facendolo mettere in un vaso, vi piantò una pianta di basilico sopra, e con gran cura la nutriva con le sue lacrime e con ogni altra sollecitudine; e la pianta, cresciuta a mirabile e a tenera verdura, e bagnata frequentemente dal pianto di lei, rendeva bellezza alla camera e pareva fiorire non meno per virtù della pianta che per l’affetto della sua signora. Gli occhi di Lisabetta, che eran pieni sempre di pianto, non si stancavano mai di guardare la testa dell’amato, che ella avea così segretamente con sé custodita.

Ma come ogni cosa umana non può rimaner celata per sempre, così fu anco costei scoperta. I fratelli, i quali non potevano soffrire la straordinaria cura che ella portava al vaso, e vedendo la pianta tanto rigogliosa in mezzo alla camera, più volte la interrogarono e vollero sapere che cosa avesse dentro quel vaso che rendeva la pianta così bella. Lisabetta, per quanto poté, fingeva e dissimulava; ma finalmente, avendo i fratelli costantemente sospettato, uno di loro fece in modo di seguirla quando usciva, e così scoperse il segreto, e trovò la testa del giovane, e la riconobbe.

Allora i fratelli, pieni d’ira e di vergogna, e pensando di lavare l’offesa arrecata alla loro casa con fatto disonorato, presero la testa e la condussero in luogo lontano dalla città, e la gittarono sul mare, lontano, perché non fosse punto ricongiunta con la donna. E quando Lisabetta, che sempre ogni sera usciva alla sua finestra a guardare e a parlare con l’amato, trovò che non parea più il vaso così curato e che la pianta appassiva, cominciò a stupire e ad angosciarsi, e fu piena di sospetto.

Alla fin, quando seppe che la testa non v’era più, e che i fratelli l’aveano tolta, cadde in così acerbo dolore che né cibo, né sonno, né altra cosa la poteva giovare; e per l’estremo affetto e per la pena, poco dopo morì. I parenti la seppellirono con le massime onoranze, ma la città tutta, saputo il caso e conosciuta la pietà di lei, lodò più la memoria della giovane che non avesse mai potuto serbar la sua vita; e la pianta di basilico e il vaso rimangono come una memoria dell’affetto, e la novella è narrata fra gli uomini come esempio di amore e di dolore.