Né più mai fronte invano, o Zacinto, mia madre, ti rivedrò; né qui ivi nel grembo tuo, come t’aggio promessa, riposar potrò.
Tu non piangi, o madre, ed or non odo, come lontano udisti, il pianto dei figli tuoi; ma sento il tuo nome, e il tuo diletto canto.
A te il suon de’ tuoi plausi, a te l’armonia de’ tuoi giuochi, a te le rondini, a te l’aura, a te, che di mille armi e di mille corse sei sempre al centro, rispondi con gli antichi accenti.
Non più conosci il mio nome, o terra natìa, né più il tuo suolo raccolse, come l’aurora, il mio cadavere; e persona dispersa, che piange, serba l’anima mia benché morta.
Tu pianti il tuo frutto, e la gioventù tua, e i fior che germoglian sulla tua riva; e invano i Fati spensero il tuo core.
O dov’io fui generato, o cor mio, ognora ti rammento; e non è che nel sonno il mio pensier sia desto a te; anzi, nel dì, quando torno a te con la memoria, volo a ciò che più ti piaceria.
Era il detto che recavi, o madre, quando fingo le mie lagrime; e fu cagione che l’anima mia non cedesse al dolore, sapendo che alla tomba mia non giungea la tua man, né il tuo pianto.
Quel che tu fosti famosissima, o mia patria, per l’onde de’ greci passi e per gl’occhi de’ mortali, non è minor per me, benché tu m’abbia partorito povero; e la fama tua, come un raggio, m’accende.