Io nacqui a Miragno, paesetto di campagna vicino a Ponza, nella provincia di Roma; e il fatto avvenne, come dicono tutti i registri e le persone, nell’anno 1867. Mio padre era proprietario di qualche terreno, ma non ricco; vendeva il vino che la vigna produceva, e campava con mia madre e con me, finché un giorno un avvenimento sventurato non spezzò la tranquillità della famiglia.
Quando aveva quarant’anni mio padre fu colpito da paralisi; rimase grondante di saliva dal lato destro del viso; non poté più lavorare, né badare a sé, né parlare distintamente; per altro non perse la memoria né l’intelligenza. Mia madre, che era donna forte, ebbe gran pena a mantener la famiglia con i suoi lavori manuali e con la cura del marito; io, ragazzo, aiutavo come potevo, facendomi carico delle faccende della casa e di quel poco che rimanendo si poteva vendere.
La nostra condizione era modesta; e questo mi fece presto conoscere il valore del denaro e il mestiere di risparmiare. Frequentavo la scuola elementare del paese, ma troppo presto fui costretto a sospender gli studi per assistere il padre e aiutare la madre; gesuiti e libri non erano alla nostra portata.
Crescendo, provai il desiderio di fuggire la vita monotona e angusta del paese; volevo conoscere il mondo; leggevo tutto ciò che mi capitava sotto mano, specialmente i romanzi che mi aprivano orizzonti splendidi e terribili; sentivo nascere in me l’irrequietezza di cercare la fortuna altrove.
A diciott’anni lasciai Miragno. Presi servizio come impiegato in un ufficio di città; fu per me il primo vero spettacolo della vita; imparai presto la lingua della città, le maniere, le convenienze e le ipocrisie. Lavoravo con diligenza, e guadagnavo abbastanza per vivere; ma il cuore mi rimaneva sempre rivolto alla ricerca d’una condizione più libera e più indipendente.
Conobbi molte persone, e alcuni amori fugaci; ma niente mi teneva, e la mia natura inquieta mi spinse a cercare sempre nuovi luoghi e nuove esperienze. E fu così che, passando per un lungo ciclo di avventure, arrivai infine alla fatale serie di avvenimenti che mi condussero a essere creduto morto e a prendere un’altra identità.
Non narro qui tutto il percorso che mi portò fino a quel punto; basterà dire che la combinazione di un viaggio, d’un errore, e d’una atroce fatalità mi mise in mano la possibilità di sparire agli occhi del mondo e di rinascere sotto un altro nome. Fu in quel momento che, sentendomi finalmente libero dalle catene anteposte dalla mia condizione, provai un senso di ebbrezza e di terrore insieme.
Ma la libertà ottenuta si rivelò ben presto un’illusione; nessuna legge, nessuna società, nessuna coscienza mi lasciò davvero vivere come uomo senza passato. L’essere «il fu Mattia Pascal» non cancellò dalla mia anima l’amarezza dei legami spezzati; anzi, rivelò nuove catene e nuove contraddizioni, di cui avrei imparato l’atrocità giorno per giorno.
La mia storia è dunque quella d’un uomo che, creduto morto, visse come morto, e che, vivendo come altro, sentì più acutamente che mai il tormento dell’identità e della verità. Vi racconterò come avvenne tutto questo, con le impressioni che ne rimasero e le riflessioni che ne trassi, affinché si comprenda quanto sia difficile, persino impossibile, sottrarsi alla propria natura e alle morali della società.
Questo che segue è il mio racconto, e se il lettore troverà in esso elementi di commedia o di tragedia, sappia che la mia vita fu un insieme d’ambedue; ma è la verità che ho cercato di esporre, senza abbellimenti inutili, per mostrare come la vita di un uomo possa diventare un laboratorio di questioni morali, giuridiche, e umane, tutte comiche e tutte terribili insieme.